La tv di qualità – Intervista a Sergio Zavoli

Nel dicembre del 2002 Sergio Zavoli venne a Potenza per presentare il suo libro “Diario di un cronista”. Ne approfittai per intervistarlo.

– Nel 1954, il 3 gennaio, inizia la televisione italiana. E’ la data ufficiale. E comincia con grandi nomi della cultura. Voglio ricordare Umberto Eco, Gianni Vattimo e anche Sergio Zavoli.

ZAVOLI – Lei mi ha messo in buona compagnia. In realtà sono proprio tanti. Basterebbe prendere il “cast” per così dire, la redazione più semplicemente. dell’Approdo (si ricorda?) Giambattista Angioletti… chi c’era?…Ungaretti, Betocchi, Leone Piccioni. Insomma, voglio dire, allora la cultura aveva uno spazio importante. Oggi, con questa velocizzazione di tutto, a cominciare dall’informazione, si è come “coriandolizzata” ecco, la realtà. E allora  difficile che le “teste pensanti” (non alludo certamente a me che sono un cronista puro e semplice) ma i grandi intellettuali, i grandi “chiosatori” eccetera, non trovano uno spazio sufficiente, ecco. E quindi c’è una carenza, come posso dire, di ragionamento. Non si indugia più su nulla, tutto scorre molto velocemente. La gente non è più in condizione di afferrare nulla e Naisbitt a questo proposito (questo sociologo per niente apocalittico per la verità) dice una cosa molto interessante: dice che questa è l’età della parentesi, nel senso che sono finiti i rapporti tra il prima e il dopo, tra la causa e l’effetto. Quindi tutto sta come dentro una parentesi e diventa accessorio, marginale, ritrattabile…

– Nel 1994 Lei realizzò 5 puntate di una interessante trasmissione televisiva: “Nostra padrona televisione”.

ZAVOLI – Si, certo. Quello fu il tentativo di mettere insieme un discorso, autocritico tanto per cominciare, sul lavoro che noi abbiamo svolto in tanti anni, nel tentativo di cogliere le cose dell’opinione pubblica che avrebbero dovuto aiutarci ad essere migliori e che, probabilmente, noi abbiamo tralasciato lungo la strada. Anche se, proprio nel periodo in cui diceva che la televisione era diventata un po’ bigotta, un po’ “codina”, perchè, perchè Bernabei rappresentava a quei tempi la Democrazia Cristiana ecc. dimenticando che Bernabei con Fanfani ha scosso molte cose della società. Proprio in quel periodo la televisione fece un grande balzo in avanti. In che senso? Passando, per esempio, con Tv7, ma anche con i telegiornali e gli speciali in qualche modo, dal discorso sui “Palazzi” (per usare la metafora pasoliniana) al discorso sulla società. E “irruppe” dentro la televisione la gente, con i suoi problemi, e quindi potemmo parlare, per la prima volta, di cose anche gravi: di malattie mentali, di aborto, di divorzio, di “pretori d’assalto” (lei forse li ricorderà) e poi di tutte le trasgressioni che una società in crescita è capace. E quindi la televisione fu, in quel momento, un fattore di crescita culturale e civile molto forte nel nostro Paese.

– Quale sarà il futuro della televisione?

ZAVOLI – La televisione ha preso in sè tutte le agenzie del senso, del significato. La famiglia, la scuola, la parrocchia, i partiti ecc. mi pare abbiano un po’ rinunciato ad essere “agenzie di senso”. La televisione prendendo tutto per sè ha finito per l’essere l’unica “agenzia” assumendosi con ciò una responsabilità enorme dal punto di vista anche etico, perchè deve rappresentare, in ogni caso, interessi di carattere generale e dare risposte su troppi tavoli. Aggiunga che la televisione è diventata non solo il nuovo “luogo” ma la nuova “forma” della politica; non c’è più politica che non “passi” in televisione e quello che non passa in televisione non è più neanche la politica, è una cosa che non interessa più nessuno. Voglio dire che quando la televisione si assume una responsabilità di questa natura, deve farsi garante del rispetto di tutta una serie di valori, di regole, che devono essere convenute a livello anche politico, non dico, ma che non può essere soltanto il tavolo politico che decide, per esempio, del destino del servizio pubblico il quale, proprio perchè riceve un canone, ha delle “doverosità” speciali rispetto a chi, invece, vive soltanto di pubblcità Il che significa “competere” certamente perchè non si puo’ uscire dal mercato, ma competere distinguendosi, non appiattendosi sul modello della concorrenza.

– E, la profezia di George Orwell?

ZAVOLI – Il “Grande Fratello” della televisione è esattamente il contrario del “Grande Fratello” orwelliano. Io non credo a queste cose apocalittiche, non credo ai Ministeri della Verità che faranno giustizia di tutto ciò che è scomodo. Credo, anzi, che – dato per scontato che questo è un momento di passaggio molto complesso – si cresca in virtù dei problemi che siamo costretti a risolvere. Se non fosse così non vi sarebbero state tante modernità che hanno fatto crescere l’uomo portandolo finanche sulla Luna. Ci saremmo fermati alla prima delle modernità, che sarebbe stata subito dopo quella della pietra.

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