Carlo Graziadio Levi

Io odio quel paese, quelle argille, quegli esseri primitivi e rituali, quei suoni di cupo-cupo, tutta quella vita rassegnata e vera”: Paola Olivetti scrive a Carlo Levi nel marzo del 1936, ad Aliano, negli ultimi mesi del suo confino. La lettera è una confessione. “Sarei già morta se fossi rimasta come te sepolta da tanti mesi in un gruppo di case lontane dal mondo, fra le donne velate, le capre e le streghe e gli angeli…Non affondare troppo i tuoi occhi in quelli neri e senza fondo di quella gente…Parlami d’amore, non parlarmi di Aliano. (Cfr.G.DE DONATO-S.D’AMATO, Un torinese del Sud. Carlo Levi, Varese, Baldini & Castoldi, 2001)

Carlo e la cugina Paola Levi, sposata con l’industriale di Ivrea Adriano Olivetti, hanno una relazione. Sul finire degli Anni Trenta dal loro rapporto nascerà una bambina, Anna, o meglio, Annetta. Paola Olivetti non è stata però l’unica donna o l’unico amore di Carlo.

Le fotografie d’autore (per esempio quelle di Mario Carbone del 1960) ritraggono Carlo Levi in età matura. Questo raffinato uomo di lettere, intellettuale impegnato, saggista politico e soprattutto pittore, raramente è stato fotografato insieme alle sue “compagne di vita”. Lo vediamo spesso accanto a contadini, conoscenti, persone “anonime”. Un romanziere francese, Henri Duvernois, definiva gli album di fotografie “viali del cimitero” perché mostrano, fianco a fianco, persone che resteranno lì immortalate per sempre spesso senza essersi mai conosciute. Eppure quei volti senza nome sono “lasciti spirituali”, pensieri condivisi, ricordi fotografici che istigano a celebrare (la tentazione è grande) un tempo che non ci appartiene; uno spazio occupato dai miti, come quello della “civiltà contadina” inteso spesso come virtuoso o magari elitario apartheid.

Un intellettuale come lui, artista e scrittore, che si considerava figlio della cultura illuminista ed erede delle idee di Gobetti e dei Rosselli sfugge ad ogni classificazione, o meglio, ad una sola interpretazione. Sarebbe fin troppo facile etichettarlo come un “ateo credente” o limitare l’analisi biografica ai soli aspetti letterari ed artistici.

Il “ritratto” del fotografo Carbone ce lo presenta in giacca a quadroni, sigaro in bocca: un signorotto solido, corpulento, dall’aria provinciale, tutto sagacia e fermezza. Sembra quasi vestito da vacanza, con pantaloni alla “zumpa-fuoss” e calzettoni, contraddetti più in alto, da colletto e cravatta: un look personale pieno di varianti e raccordi, quasi da “vecchia gloria”, trionfante superstite di una stagione di intellettuali.

Sono immagini datate. Hanno qualcosa di “ridente” eppure possono essere fonte di curiosità, capaci di non poche sorprese per una figura che il tempo ha monumentalizzato.

In occasione del primo centenario dalla nascita di Carlo Levi sono stati pubblicati esaurienti profili biografici (basterebbe ricordare oltre al volume di Gigliola De Donato la “Lettera a Carlo Levi” di Giovanni Russo G.RUSSO, Lettera a Carlo Levi, Roma, Editori Riuniti, 2001) o rileggere le schede pubblicate nei cataloghi delle Mostre promosse in Italia e all’estero come quella di Francoforte (M.SAPONARO-P.VIVARELLI, a cura,Carlo Levi opere scelte 1926-1974, Matera, Stamperia Liantonio, 2003)). Eppure ricordare le “tappe” fondamentali della vita di Levi non è facile. Si corre il rischio di dimenticare anni fondamentali o di trascurare eventi ai quali bisognerebbe invece dare maggiore rilevanza.

Per quanto mi è possibile, dallo studio del personaggio e dalla conoscenza dei documenti cercherò di riportare alla memoria di quanti leggono queste note alcuni aspetti, forse meno conosciuti ma secondo me non meno importanti, per delineare la figura di un intellettuale dalla poliedrica personalità.

Nato Graziadio

Carlo Levi è nato a Torino il 29 novembre del 1902, nella casa di campagna della nonna materna lungo Val Salice nel quartiere medievale Rubatto. La casa  dei genitori, in stile liberty si trova invece al numero 11 di via Bezzecca. Carlo Graziadio Levi è figlio di Ercole, commerciante di stoffe ed Annetta Treves, di famiglia benestante, entrambi di origine ebraica.

Quando nasce lo zio Carlo Treves, esponente di spicco del socialismo turatiano, gli manda una cartolina illustrata con l’immagine di Giuseppe Mazzini e l’augurio di conservarsi sempre “intero”.

Per alcuni anni quella cartolina rimane appiccicata sulla parete di fronte al suo lettino.

Cosa significa mantenersi “intero”? Certamente non “stupido” così come vorrebbe il dialetto torinese. L’allusione è alla circoncisione a cui il bambino non deve sottoporsi perché l’integrità fisica sia il segno della sua totale libertà. E, in effetti, Carlo Graziadio non viene né circonciso né battezzato. Questo episodio è ricordato dal fratello Riccardo nelle sue memorie (R.LEVI,Ricordi politici di un ingegnere, Milano, Vangelista, 1981) ma è riportato anche in una tesi di laurea di mons.Rocco Talucci, attuale arcivescovo di Brindisi (R.TALUCCI, Dio e la religione nel pensiero di Carlo Levi, Tesi di laurea Pontificia Università Lateranense, facoltà di S.Teologia, Roma, Anno Accademico 1971-72) che lo intervistò qualche anno prima della morte. Negli anni dell’adolescenza frequenta il liceo Alfieri in una città di circa 300 mila abitanti. Sono anni importanti per la sua formazione culturale: Natalino Sapegno6 è il suo amico più caro, conosciuto fin dalla scuola elementare. Ci sono poi Gino e Paola, figli del professore di anatomia Giuseppe Levi detto “Pomodoro”.

La casa delle sorelle Marchesini (Ada, Nella e Maria) è un vero e proprio ritrovo per i giovani intellettuali torinesi. Ada, musicista (detta Dadì) è molto corteggiata dall’amico Sapegno. Nella è pittrice mentre Maria è una letterata ed è innamorata di Carlo. Si parla di Orazio Flacco, di Omero, Virgilio, Dante, Machiavelli, ma anche di Montaigne, Proust, Valéry fino a Kant, Schopenhauer e Nietzsche.

Nel 1917 Carlo – per tradizione di famiglia – si iscrive alla facoltà di medicina della Regia Università di Torino e l’anno dopo conosce Piero.

Scrivere di Piero Gobetti, significa per noi della nostra generazione, fare della autobiografia; rivedere i dati e i motivi stessi della nostra formazione politica e morale…(C.LEVI-Pietro Gobetti e la Rivoluzione liberale, in quaderni di “Giustizia e Libertà” n.7, giugno 1933).

Gobetti è – per Levi e per quella generazione di coetanei e di amici – soprattutto un modello di umanità, di impegno etico, guida di cultura e di valori condivisi. E’ una figura esile, esangue, spiritata, ma anche dolce con l’adolescente fidanzata, Ada che gli posa il capo sulla spalla. E’ un “prodigioso giovinetto” dal forte fascino intellettuale, riconosciuto da amici, maestri ed avversari, diluviale pensatore, capace (lo dimostrano i ricchissimi carteggi) di avere contatti a soli vent’anni con autorevolissimi personaggi della politica e della cultura nazionale e, in qualche caso, internazionale. Lo testimonia una lettera che Natalino Sapegno gli invia dalla sua città, Aosta, il 22 agosto 1923: “Vivo in una perfetta solitudine e passo pressochè tutta la giornata tra i miei libri. Chabod adesso è in montagna, e del resto lo vedo di rado. Né ho molta speranza di indurlo a lavorare per R.L. (Rivoluzione Liberale)”. (CARLO OSSOLA, Il critico che fece gli italiani in “Il Sole 24 ore”, domenica 4 novembre 2001).

Al Liceo Alfieri Carlo aveva collaborato al giornalino “Voce” ma viene folgorato dalla lettura dal primo numero di “Energie Nuove” del suo giovane e coetaneo amico (ha un anno più) dalla travolgente attività. Gobetti “infatuato” di Croce e del meridionalismo di un Giustino Fortunato, ma soprattutto di Gaetano Salvemini, veste spesso in grigioverde e alla fidanzata Ada Prospero – che lo accusa di troppa aspettazione messianica – dice “Mi batterò per lo Stato contro chiunque, e specialmente anche contro gli operai poiché lo Stato che ha l’esercito sarà rappresentante supremo dello sviluppo, almeno come idea. Mi batterò tanto più doverosamente, quando più inutilmente.” (PIERO E ADA GOBETTI, Nella tua breve esistenza: 1918-1926, a cura di Ersilia Alessandrone Perona, Torino, Einaudi, 1991).

Il meridionalismo di Levi

Le “radici” del meridionalismo di Carlo Levi si riallacciano a Gobetti, ai contatti che egli ebbe con gli intellettuali del Sud. Un interesse nato dalla lettura dell’inchiesta sulla Sicilia di Franchetti e Sonnino, le lettere meridionali di Villari, i discorsi di Fortunato (“il Mezzogiorno sappiatelo pure sarà la fortuna o la sciagura d’Italia!”) o di Francesco Saverio Nitti, nonché gli scritti di Salvemini e di De Viti De Marco. E’ da qui che parte la sua vocazione, la coscienza di una grande questione nazionale e che lo porterà a sostenere l’aspetto politico del problema in sintonia, sia pure con qualche differenza, con Tommaso Fiore o Guido Dorso.

Insieme al fratello Riccardo comincia a dipingere. Anche il padre è un pittore dilettante. Intorno al 1920 conosce un maestro delle arti visive, Felice Casorati, un artista che non ama le classificazioni. Non è un impressionista, un futurista o un cubista. E’ a mezza strada tra tradizione ed avanguardia artistica. Nel ’23 con “Il Ritratto del padre” partecipa alla Quadriennale di Torino. Le sue sono tele nate nell’ambiente familiare e nel circolo delle amicizie: “Ritratto di Natalino Sapegno”, “Lelle con l’Ippocrate” ecc.

Intanto Gobetti vuole organizzare il mondo attorno alla libertà. Invoca la formazione di una nuova élite composta da “eretici”, da “disperati lucidi”, da “vinti che non avranno mai torto”. Carlo ha qualche riserva, ma è affascinato. Carlo è giocondo, “gouailleur e narquois” (motteggiatore e spiritoso) come lo definisce Antonello Gerbi. La sera, dopo il teatro, Piero, Carlo e altri amici si rincorrono a piazza Castello, vince chi resiste dopo quattro, cinque giri intorno a Palazzo Madama. E Piero è il più veloce di tutti.

In quei mesi esce un nuovo giornale, “Rivoluzione Liberale”, sul quale proprio Gobetti sostiene la necessità della fondazione di uno “Stato come organismo”, basato su un’ampia e qualificata partecipazione alla vita pubblica. L’intellettuale non deve astrarsi dalla realtà ma svolgere la funzione di educare alla libertà. Levi accoglie l’invito a partecipare alla vita politica, a schierarsi contro il fascismo, a far parte dell’altra Italia. Ed è su “Rivoluzione liberale” del 27 agosto 1922 che esce il suo primo scritto intitolato “Antonio Salandra” con il quale critica le posizioni del conservatore meridionale fiancheggiatore del fascismo ormai alle porte e quindi di tutta la classe politica ideologicamente arretrata o peggio connivente. (C.LEVI, Antonio Salandra in “Rivoluzione liberale” del 27 agosto 1922)

Nell’”Appello ai meridionali” del 2 dicembre del 1924 “Rivoluzione Liberale” rivolge un invito a tradurre in attivita’ politica quella che è l’adesione generica di tanti intellettuali alla “Questione Sud”. Figura carismatica sia per Levi che per Gobetti è Luigi Einaudi “per i giovani amanti della libertà un motivo di certezza, di sicurezza nella scelta: poiché il suo antifascismo era connaturato con la sua persona e con il suo pensiero”. (C.LEVI, Il paese di Einaudi, in “L’Illustrazione italiana”, dicembre 1961)

Il fascismo sconvolge la vita del gruppo di amici ( a loro si sono uniti Luigi Emery, Giacomo Debenedetti, Massimo Mila, Alessandro Passerin d’Entréves, Mario Fubini e Aldo Garosci). Nel ’24 Gobetti subisce la prima di una serie di aggressioni che provocheranno la sua morte nel febbraio del ’26 e inizia per Carlo un lungo periodo di lotta clandestina condotta sia in Italia che in Francia, dove apre un atelier e dove infittisce i contatti con gli esuli italiani, in particolare con i fratelli Rosselli. L’entusiasmo e l’originalità creativa di quella strana combriccola intellettuale che faceva tendenza nella città subalpina possono dirsi concluse, scomparse. Termina un tumultuoso periodo con due grandi amori: la pittura da un lato e le donne dall’altro sullo sfondo di lotte animose e l’impegno concreto di un intellettuale militante, di un uomo di cultura a tutto tondo. L’anno in cui Carlo Rosselli, Fausto Nitti ed Emilio Lussu fondano a Parigi il movimento “Giustizia e Libertà”, si cominciano a delineare una serie di chiari giudizi su punti che saranno centrali nella storia del movimento: la necessità di un progetto politico, ma anche culturale, per preparare le élite che saranno chiamate a compiere la rivoluzione antifascista; la consapevolezza che il fascismo è un fenomeno non effimero e che sarà necessario un tempo probabilmente lungo per abbatterlo. (N.TRANFAGLIA, La libertà di Carlo Levi in “L’Unità” del 4 novembre 2002)

Pochi anni fa e è stato ritrovato un manoscritto inedito di Carlo Levi e Alberto Moravia per un soggetto cinematografico dal titolo “Il fascista”.

Roma. In una stanza a pian terreno di un grande casamento impiegatizio il tenente Decaro seduto  sull’orlo del letto si infila gli stivali, quindi si stira e sbadiglia con malumore. Prende la sveglia e guarda l’ora. E’ quasi mezzogiorno. Rimette la sveglia sul marmo del comodino sul quale un portacenere appare ricolmo di mozziconi di sigarette. Cerca una sigaretta, non la trova, si alza e fruga per la stanza, ma né il vecchio pastrano appeso all’attaccapanni né il cassetto semivuoto del cassettone dal piano di marmo, né l’armadio rivelano alcuna traccia di sigarette…(Il fascista, inedito di Carlo Levi e Moravia, in “La Repubblica” del 22 gennaio 2004).

Ma il fascismo delle adunate, della camicia nera, del passo dell’oca, del saluto romano, aveva cambiato volto dopo l’assassinio, il 10 giugno del 1924, di Giacomo Matteotti.

Nel luglio del 1924 a soli 22 anni Carlo Levi si laurea a pieni voti in medicina. Il professor Micheli, titolare della cattedra di Medicina clinica lo vuole come assistente. Si abbona alla rivista “Il Quarto Stato” e ritrova, nei dintorni di Firenze, Carlo e Nello Rosselli che aveva già conosciuto durante il suo servizio militare. I Rosselli  sono imparentati con le famiglie ebraiche più in vista: gli Olivetti, i Pincherle (la famiglia di Alberto Moravia) e gli stessi Levi. Nel ’26 apre uno studio a Parigi, in rue de la Convention. Tra il ’27 e il ’28, dopo la morte di Gobetti collabora alla fondazione della Concentrazione Antifascista. E’ infatti uno dei responsabili organizzativi per il Piemonte di “Giustizia e Libertà”.

In questi due anni torna per due volte a Parigi non solo per la sua attività artistica ma perché capisce che solo all’estero è possibile organizzare la resistenza al fascismo.

L’antifascismo di Carlo è contemporaneamente politico ed esistenziale. Dall’eredità gobettiana ha tratto anche un’onda libertaria che percorre la sua personalità e che si condensa in stile di vita, in considerazione di sé e della propria qualità d’artista e di intellettuale. 16

Nella capitale francese conosce e ama la “belle rousse”, Vitia Gourevitch, Maria Marchesini è ormai solo un ricordo. Con Vitia è un amore travolgente che dura poco ma che diventa poi, negli anni, amicizia. Pittura, cospirazione politica ed amori sono le sue grandi passioni alle quali non verrà mai meno. Ormai è già un pittore affermato soprattutto dopo aver fatto parte del “Gruppo dei Sei” : nel 1929 nella Sala d’Arte Guglielmi nei portici di piazza Castello a Torino la prima mostra ufficiale, ma è a Milano che il gruppo acquista fama nazionale. Nel 1932 inizia la relazione con la vecchia amica Paola Levi, già sposata ad Adriano Olivetti, che durerà fin dopo la guerra, nonostante si accavallino nel suo cuore altre donne, anche contemporaneamente: la russa Vitia Gourevitch appunto, Imelde Della Valle, Annamaria Ichino e Linuccia Saba.

Quello stesso anno conosce Leone Ginzburg, arrivato a Parigi e che come Gobetti ha una grande influenza su di lui.

Nel ’34, il 13 marzo, dopo l’arresto di Son Segre e la fuga di Mario Levi a Ponte Tresa, viene fermato e imprigionato ad Alassio, dove si trova un casolare di villeggiatura della famiglia, per sospetta partecipazione al movimento “Giustizia e Libertà”.

“Avevo in tasca delle carte compromettenti: erano gli articoli manoscritti, di parecchi collaboratori, che dovevano essere spediti in Francia per essere pubblicati sui “Quaderni di Giustizia e Libertà”…Cercavo qualche nascondiglio per le carte. La moglie del mezzadro che stava rifacendo il letto mi disse: “Le dia a me”. Intuì, perché non sapeva nulla, e le mise in seno, senza chiedermi niente…Quelle carte furono nascoste sotto un albero del giardino di case, come un seme sotto la terra”.17

Un mese dopo alcuni artisti residenti a Parigi rivolgono un appello per la sua liberazione che avviene il 9 maggio. La Commissione Provinciale per l’Ammonizione e il Confino di Polizia lo rilascia ma dispone nei suoi confronti l’ammonizione per due anni. Ormai tutto “va a rotoli” scrive Nello Rosselli in una lettera inviata a Ginzburg.

Il 15 maggio del 1935 è nuovamente arrestato a Torino e otto giorni dopo interrogato dalla polizia politica che decide il suo trasferimento nelle carceri di Roma. Il “delatore” è un ebreo torinese, una persona insospettabile che fa l’informatore della polizia. Il nomignolo con il quale è conosciuto è “Pitigrilli” ma si chiama Dino Segre ed è cugino di Sion Segre arrestato a Ponte Tresa. “Pitigrilli” è al soldo dell’OVRA, la polizia politica, fin dal 1930 e riceve un compenso di ben 5 mila lire al mese. A Roma il 15 luglio la Commissione provinciale condanna Carlo a tre anni di confino da scontarsi a Grassano in provincia di Matera “per aver dato adesione ed attività ad un’associazione segreta denominata Giustizia e Libertà avente lo scopo di commettere fatti diretti a mutare violentemente la costituzione dello Stato e la forma di Governo”.

“Lascia Roma e per la prima volta il suo cammino si inoltra nelle terre del profondo Mezzogiorno descritte da Giustino Fortunato, Guido Dorso, Tommaso Fiore, Gaetano Salvemini. E’ piena estate e la Basilicata dispiega tutti i suoi più riposti paesaggi, la sua natura selvaggia, il suo terso cielo notturno sotto cui brillano le luci incerte dei paesi appollaiati sulle alte argille”.18

Il 3 agosto del ’35 arriva a Grassano con in tasca quasi mille lire e “trova una sistemazione provvisoria nella locanda di Vincenzo Prisco in corso Umberto 49, prima di trasferirsi in una casa (al n.19)  di via Capo Le Grotte di proprietà della famiglia Schiavone.”19

A Grassano “è il re del paese”. Scrive alla sorella Luisa che “il tempo passa assai piacevole, adesso che mi sono alloggiato nella nuova casa, e mi sono messo a dipingere”. E poi scrive alla mamma “ho dipinto ieri il primo paesaggio grassanese, una distesa di colline e di campi bianco-giallastri, con radi alberi grigi, e le prime case bianche e grigie del paese”.

Il 20 agosto, un martedì, giunge a Grassano Paola Levi-Olivetti. A bordo della sua Balilla, con la quale è arrivata in Basilicata, venerdì 23 parte per Ferrandina dove è confinato il fratello Alberto. Ritorna a Grassano il martedì successivo per tornare a riabbracciare Carlo e trascorrere con lui “tenere notti d’amore”. E’ uno scandalo per un funzionario della Prefettura che aveva già registrato la visita dell’”amante straniera” Gourevitch. Il Prefetto “in nome degli indirizzi del Governo Fascista per la tutela della famiglia” il 30 agosto propone al ministero degli Interni il trasferimento di Carlo da Grassano ad Aliano.

Inoltre il comune di Grassano, per essere vicino ed importante scalo ferroviario, è il meno adatto per il soggiorno del Levi Carlo amante della straniera Gourevitch, oggetto della ministeriale 4 corrente N.793-12799. Attraverso detto scalo il soprascritto ha ricevuto vari bagagli, non passati quindi sotto il controllo della censura. Proponesi che…sia trasferito ad Aliano.20

Il 18 settembre del ’35 parte per Aliano (a Grassano ritornerà per alcuni giorni alla fine di novembre per ultimare alcuni quadri). Qui ci sono altri 7 confinati: tra questi uno studente livornese di 24 anni, Aldo Leonelli, un muratore comunista di Ancona di 33 anni, Vincenzo Mocchegiani e Giuseppe Cresta, mediatore genovese di 55 anni.

Quel paese lo sconvolge. E’ veramente una terra di confino, con quegli orridi impressionanti, sprovvisto di vie d’accesso, “una specie di sella irregolare in mezzo a profondi burroni pittoreschi”21

Per un mese è ospite di Anna Cardinale, vedova D’Angelo, in via Stella, prima di trasferirsi nella casa di via Collina che prende in fitto dal proprietario Giuseppe Latronico. L’alloggio è stato fatto costruire dall’arciprete del paese vicino alla vecchia chiesa di Madonna degli Angeli, precipitata nel burrone a causa di una frana. Il primo quadro, realizzato il 24 settembre, è titolato “Aliano sul burrone”.

Nei primi giorni e fino al 5 ottobre è ad Aliano la sorella Luisa, neuropsichiatra. Per lei la Lucania è una discesa negli Inferi, dove il rintocco delle campane che suonano a morto si accompagna a notti ventose, ad arcane e remote oscurità. Luisa lo invita a riprendere la professione medica. E in effetti dopo molte sue resistenze, comincia ad occuparsi della salute dei contadini.

Nel frattempo Carlo non vuole “isolarsi” e presenta al Prefetto di Matera un lungo elenco di amici (soprattutto Paola Olivetti), parenti o giornali con i quali intende corrispondere durante il suo confino. Ci sono pittori, letterati, scrittori, architetti, registi, le riviste Casabella, Domus, L’Arte, Solaria, L’Italia Letteraria, Il Broletto, Il Selvaggio, Caratteri, le gallerie d’Arte Il Milione, Guglielmi, Pesaro, Codebò e case cinematografiche come Cines e Novella Film.

Nel gennaio del 1936 muore l’amico Edoardo Persico ma è solo con la morte dello zio Marco che gli è permesso, alla fine di febbraio e gli inizi di marzo, di andare a Torino per partecipare ai funerali.

Don Luigino, il sindaco di Aliano (Luigi Garambone), maestro elementare, l’8 febbraio gli notifica il divieto di esercitare la professione medica (diffida all’esercizio, anche gratuito, dell’arte salutare) ma il giorno dopo Carlo presenta al Questore di Matera una lettera di protesta perché è iscritto all’albo dei medici, ha più volte soccorso con successo i malati del paese e ha avviato un piano di bonifica e di profilassi antimalarica a costo di sacrifici anche finanziari.

Il 20 maggio 1936, in seguito alla proclamazione dell’Impero, vengono “amnistiati” molti confinati. E in effetti il 25 maggio Carlo torna libero. Il giorno dopo lascia Aliano. E’ trascorso poco più di un anno dal suo secondo arresto. Dieci mesi dal suo arrivo in Lucania. In questo lasso di tempo ha scritto 52 poesie, ha realizzato quasi 70 dipinti, ha riempito pagine e pagine di appunti e un quadernetto di “memorie” dedicato ad un possibile romanzo “Storie di spiriti” probabilmente smarrito o distrutto. Quasi tutti racconti di Giulia, “la Santarcangiolese”, una specie di fattucchiera con la quale quasi sicuramente ha avuto una storia d’amore, dimenticata dopo la sua partenza.

Nel ’36 realizza una mostra personale alla Galleria “Il Milione” di Milano e un’altra a Genova, ricevendo grandi consensi tra gli altri da Leonardo Sinisgalli che sul “Quadrivio” scrive: “Levi parte da un caos, che è l’inespresso, la materia senza nome, e l’esprimersi è per lui chiarirsi, uscir fuori da quel buio”. L’anno dopo a Roma collabora alla sceneggiatura del film su “Pietro Micca” di Aldo Vergano.

La sua attività di antifascista convinto riprende con vigore dopo il 10 giugno quando, nel villaggio di Bognales-sur-l’Orne, vengono assassinati Carlo e Nello Rosselli. Una data “maledetta”, un “tragico appuntamento col destino” ricorda Carlo, anche se il 1937 è segnato dalla nascita di Anna, la figlia avuta da Paola Olivetti.

Sempre sotto stretta sorveglianza della polizia, Carlo – dopo essere stato a New York per partecipare ad una collettiva di pittori italiani contemporanei – il 20 giugno del ’39 lascia l’Italia per la Francia. E’ nuovamente a Parigi con Paola Olivetti e la piccola Anna dove rimane fino a settembre quando, scoppiata la guerra, si trasferisce (insieme alla sua piccola famiglia) a La Baule, in Normandia, una cittadina che somigliava tanto ad Alassio. Non lascia questo “rifugio” – con suo grande rammarico – nemmeno per partecipare ai funerali del padre, morto per un tumore, il 24 settembre.

Qui scrive di getto il suo primo libro “Paura della libertà”. Tema centrale della storia (arricchita da annotazioni bibliche e da versi francesi) il rifiuto della società presente, negatrice della libertà e delle relazioni. Ha scritto Garosci nelle sue memorie: “Paura della libertà ha il tono profetico delle grandi disperazioni. La libertà che esso richiede, che esso annuncia, è assoluta: libertà dai miti, libertà dalle leggi, dagli istinti, dalle gelosie, dal dominio dell’uomo sulla donna e dai torbidi odi d’amore”. Nel febbraio del 1940 torna a Parigi e si trasferisce al n.39 di rue de Boissonade. Si separa da Paola che torna a Firenze con Anna e gli altri due figli mentre lui resterà sulla Costa Azzurra tra Cannes, Nizza e Marsiglia ma ha pronte le carte per l’espatrio negli Stati Uniti. Nel ’41 invece fa ritorno in Italia. Fa il pendolare tra Torino e Firenze anche perché Paola è disperata e non vuole perderlo.

Continua a scrivere: poesie, racconti “Il castello di Miramont” e saggi come “Paura della pittura” pubblicato il 1° luglio del ’42 sulla rivista “Prospettive”.

Nel suo studio di piazza Donatello a Firenze dipinge tele ispirate alla guerra e ai bombardamenti. Viene nuovamente arrestato , nel giugno del ’43, è rinchiuso nel carcere delle “Murate” di Firenze. Il 9 luglio in una lettera alla sorella Luisa scrive che il motivo del suo arresto è da ricercarsi nei suoi rapporti con la letteratura ermetica e con la pittura picassiana. “Sono abbastanza maturo per non stupirmi delle cose più incredibili”. Resta in carcere fino al 25 luglio con l’arresto di Mussolini, ma i suoi guai non finiscono qui. Dopo l’8 settembre è ancora costretto alla clandestinità perché ricercato dai nazi-fascisti come uno dei capi del movimento d’azione. Una sera che non sa dove trovare rifugio trova ospitalità da Imelde Della Valle che continua a frequentare per tutto il periodo della Resistenza. Viene nascosto anche in casa di Eugenio Montale, poi a Fiesole e infine presso Annamaria Ichino in piazza Pitti dove incontra Umberto Saba, la moglie Lina e la figlia Linuccia. Carlo e Annamaria si innamorano. In casa di lei scrive il “Cristo si è fermato a Eboli”. Quando nel ’45 l’opera viene pubblicata, sulla copia inviatole scrive la sua dedica: “Cara Annamaria, questo libro è nato sotto i tuoi occhi; tu l’hai seguito pagina per pagina. Sei stata tu a farlo nascere, con amore. Questo libro resta e resterà sempre, fedele e eterno testimone di quel tempo così drammatico e insieme così felice. Carlo”22. Ma con Annamaria c’è anche Linuccia Saba che resta conquistata dalla sua forte personalità e ne nasce un altro amore difficile perché nel frattempo c’è non solo Annamaria ma anche Paola.

A Firenze, nel “salotto” della Inchino nasce il progetto della “Nazione del Popolo”. Con Carlo Levi ci sono Vittore Branca, Bruno Sanguinetti, Giovanni Michelacci, Vittorio Santoli. Il 5 settembre del ’43 si tiene il primo congresso del Partito d’Azione. Due anni di intensa attività politica fino al ’45 quando presso la sede romana dell’editrice Einaudi pubblica il “Cristo”.

Scrive Giovanni Russo: “Il Cristo si è fermato a Eboli ha rappresentato uno shock per tutti noi che nelle ore dello struscio, passeggiando per il corso di Potenza, via Pretoria, affrontavamo temi universali: l’immortalità dell’anima, la poesia di Orazio, la letteratura del Rinascimento.”23

Nel ’46 Carlo Levi torna in Lucania per le elezioni della Costituente nella lista del Partito d’Azione. Insieme a Guido Dorso, Manlio Rossi-Doria riescono ad ottenere ben 13 mila voti, ma i “notabili”, la borghesia lucana, non vuole accettare di essere identificata con i “luigini” (come il podestà di Aliano don Luigi). Nel “Cristo” Levi aveva descritto i “luigini” come i rappresentanti più gretti, più meschini della borghesia dei paesi meridionali cui si contrapponevano i contadini. “Non era tanto una contrapposizione di classe ma la rappresentazione negativa di una piccola borghesia che non aveva neanche il privilegio della cultura, anzi aveva il privilegio dell’ignoranza”.24

Carlo Levi conosce Rocco Scotellaro proprio durante la campagna elettorale del ’46. A Grassano Carlo viene accolto male. A Tricarico invece un giovane, “piccolo, biondo, dal viso lentigginoso, che sembra un bambino”25 si avvicina e lo accompagna. Rocco Scotellaro ha 23 anni mentre Carlo quarantotto. C’è un passaggio dell’Uva puttanella in cui il “poeta contadino” di Tricarico , parlando della sua amicizia con Carlo Levi, parla di “amore della propria somiglianza”. Per Carlo il giovane poeta, sindaco di Tricarico e militante socialista è quasi la reincarnazione di Piero Gobetti.

Nel suo giro elettorale Carlo è accompagnato da un giovane militante lucano, Leonardo Sacco. A Potenza il comizio più importante. La delusione che il “vento del Nord” non è stato sostituito dal “vento del Sud” e da un nuovo Risorgimento.

Intanto lasciata Firenze Carlo si trasferisce a Roma. Al n.49 di piazza del Gesù a Palazzo Altieri ha il suo studio. Paola se ne lamenta e lo accusa di essere ormai proiettato verso la politica e il successo politico. A Palazzo Altieri (“il Palazzo dell’Orologio”) Carlo resterà fino al ’54 realizzando una vasta produzione pittorica. Dopo l’uscita dei partiti di sinistra dal Governo, nel ’47 fa un lungo viaggio in America e, al suo ritorno,  comincia a scrivere un nuovo libro, “L’Orologio”.

Chiuso per sempre il suo rapporto con Paola che aveva ottenuto il divorzio da Adriano Olivetti, Carlo riprende il suo pellegrinaggio artistico tra Torino e Parigi e nel frattempo continua a mantenere una fitta corrispondenza con Linuccia Saba. Il 5 marzo del ’49 esce sul “Mondo” di Pannunzio un racconto intitolato “Il Conte Tramontano”: la storia di una “cafoneria”, una rivolta contadina contro i feudatari a Matera..

A ricostruire la storia intera, letteraria, editoriale e politica de “L’Orologio” è merito di uno stretto collaboratore di Carlo, Leonardo Sacco che ha scritto il saggio “L’Orologio della Repubblica. Carlo Levi e il Caso Italia” pubblicato per la prima volta nel ’96.

“Nel ’44 entrai nel Partito d’Azione – dice Sacco – come, del resto, tutti i nostri professori di filosofia a Matera; e nel ’46 conobbi Levi e lo accompagnai nella campagna elettorale per la Repubblica. Avevo 22 anni e da allora non ci siamo più persi di vista, fino alla sua morte nel ‘75”.

Scrive Franco Festa in una recensione sul “Corriere della Sera” “C’è un filone della cultura meridionalistica che ha fatto del lamento sul Mezzogiorno incompreso e emarginato la sua arma e la sua forza, nonché la sua “moneta”. E’ un filone che oscilla tra radicalismo e atteggiamenti neo-borbonici, che si ritrova nella storiografia, nella sociologia, in filosofia. Vive di sensazionali rivelazioni sul Sud defraudato, di appassionate e concitate crociate contro la classe dirigente “centrale” e di richiami confusi a un nuovo meridionalismo come arma di riscatto. E’ in sintesi, un meridionalismo straccione e perdente. Vi è un altro meridionalismo, acuto, attento, intelligente, che non usa le emozioni e i gridi di allarme come una clava, e che pure, con acume scientifico, con rigore, con cura appassionata, cerca di ridefinire una propria identità e di ritrovare,dentro il dibattito storico, le tracce dei proprio passato, i motivi di una crisi culturale, politica, civile, oggi così evidente.”26

Quando, nel 1950, esce “L’Orologio” la critica non è entusiasta. Unica voce fuori dal coro è quella di Franco Fortini che elogia l’autore e il libro. In una lettera a Linuccia Saba del 28 giugno 1950 Carlo scrive: “Pare che i luigini comunisti mi vogliono molto male: Alicata pubblicherà una violenta stroncatura su “Rinascita” (me lo ha detto lui stesso), e attraverso Giacomino (Debenedetti) hanno messo il veto perché non mi sia dato il premio Viareggio. Muscetta consigliava di ritirare il libro, ma io invece non lo ritirerò, per obbligarli a scoprirsi e metterli nell’imbarazzo di trovare un pretesto alla mia esclusione, tanto più difficile perché quest’anno non ci sono concorrenti di anche mediocre valore”. “L’Orologio” non solo non è premiato ma addirittura è condannato all’oblio.

La contrapposizione Contadini/Luigini riemerge nel ’51 nella Seconda Mostra contro la Barbarie voluta da Mario Penelope alla Galleria di Roma e alla quale partecipano con Levi, Guttuso, Mafai, Trombadori. L’arte contadina è arte popolare, arte della verità, dei rapporti e delle emozioni. E’ opposta all’arte “Luigina” che è astratta, derivata dalla crisi della civiltà, rappresentata in modo sublime e dinamico da Picasso.

A settembre è in giro per la Sicilia per realizzare un “reportage” per l’”Illustrazione Italiana”, a novembre invece va a vedere il Polesine devastato dalla piena del Po. L’anno dopo, nel 1952 torna in Sardegna, Calabria e Sicilia per documentare i cambiamenti che si stanno manifestando nel Sud. I grandi temi del Mezzogiorno sono analizzati da un altro amico di Gobetti, Tommaso Fiore nel suo “Un popolo di formiche” scritto molti anni prima e pubblicato solo ora. Lo stesso anno cominciano – sulla scorta delle indicazioni di Levi – le spedizioni demo-etno-antropologiche di Ernesto de Martino in Lucania.

Sempre nel settembre muore la vecchia madre Annetta. Ad ottobre il poeta Umberto Saba, padre di Linuccia, gli invia una lettera per raccontargli dei giudizi di un “amico” pittore nei suoi confronti.

“Mi caro Carlo, ieri è stato a trovarmi un pittore. Posso dirti solo che non era triestino; il suo nome ecc. non te lo dirò mai. Prendendo lo spunto dal ritratto che mi hai fatto, egli incominciò a parlarmi di te. Comprendendo dalle prime parole, che il suo discorso sarebbe stato (per me) estremamente interessante, l’ho pregato di cambiar posto, di mettersi cioè a sedere nella mia sedia, mentre io presi per ascoltare con più comodità la sua poltrona (una vecchia poltrona dov’è morto lo zio di Nello Stock, che si chiamava Abramo, e che è ora “in deposito” nella libreria di un altro felice Carlo) e mi adagiai in quella, dopo di aver acceso la pipa. Una beatitudine! Parò male di te, male come scrittore, male come pittore, male (ma molto meno) come uomo. E tutto questo senza né odio, né (almeno apparente) invidia. Tu sai come sto male; ebbene ho avuto una mezz’ora di oblio, beandomi – come ti ho confessato – delle sue parole. (Bene inteso, io gli dissi che non condividevo affatto il suo parere, ma mi guardai bene di interromperlo, o di cambiare discorso). Soprattutto mi divertì la descrizione che egli mi fece di te alla Biennale; de tuo viso raggiante, dei tuoi vestiti sgargianti,della coda che avevi di “pulcini” ed anche di adulti “molto in su”. Ti vedevo: era come se fossi stato presente. Mi domanderai: perché? Non saprei dirtelo: forse per lo stesso motivo per il quale – da quando ho saputo leggere nel mio destino – ho sempre cercato i libri (le biografie) che parlavano degli artisti fortunati. Per amore dei contrasti forse; per la speranza (quando ero giovane) che il destino potesse, nei miei confronti, mutare; farmi più vicino a quei fortunati. Ma è più profondo di così: mi divertii tanto a sentirlo parlar male di te, quanto mi diverte a sentire Linuccia parlarne bene. E, in un caso come nell’altro, tengo nascosto il mio pensiero: mi limito ad incitare l’altra persona a proseguire nel suo discorso. Col pittore era più facile, con Linuccia (che parla malvolentieri delle persone e delle cose che la interessano di più) devo fare un certo sforzo e, dopo un poco, il discorso cade…si rivolge (generalmente) al cane Baruch, come fa quando mi vede agonizzare nell’angoscia. Tante care cose a Luisa, a te un abbraccio dal tuo Umberto”.27

Nel 1953 stroncato dall’occlusione di un’aorta, muore Rocco Scotellaro. Amelia Rosselli scrive nella sua raccolta di poesie “Cantilena”: “Dopo che la luna fu immediatamente calata / ti presi fra le braccia, morto”. E ancora “Rocco morto / terra straniera, l’avete avvolto male / i vostri lenzuoli sono senza ricami / Lo dovevate fare, il merletto della gentilezza!”

L’anno dopo esce, nelle Edizioni Mondadori “E’ fatto giorno” di Rocco Scotellaro, con una prefazione di Levi. Nel ’55 Carlo ritorna a Matera per partecipare ad un convegno, organizzato dal PSI, su Rocco Scotellaro. Ne approfitta per andare ad Aliano per rivedere Giulia “la Strega”, il barbiere, l’autista americano e per sapere che sono morti l’arciprete, il macellaio e il “medicaciucci”. Va anche a Grassano dove dipinge un nuovo quadro.

Nel ’56 dopo un lungo viaggio in Unione Sovietica pubblica “Il futuro ha un cuore antico”. Questa volta gli viene assegnato il premio Viareggio. E’ un grande affresco sulla Russia post-stalinista raccontato sulle colonne della “Stampa” e poi attraverso questo saggio. Nel ’56 è in India, nel ’57 partecipa a numerose mostre a Monaco, Firenze, Bari, Napoli, La Spezia. Nel ’58 effettua un viaggio in Germania, nel ’59 in Cina, nel ’60 ancora negli Stati Uniti. Lo stesso anno inizia, su commissione di Mario Soldati, ideatore della Mostra delle Regioni, il grande dipinto per il centenario dell’Unità d’Italia. Compie per l’occasione un lungo viaggio in Lucania accompagnato dal fotografo Mario Carbone che realizza le immagini che servono da base per il dipinto.

Nel ’61 presenta nel Padiglione della Lucania all’esposizione di Torino il grande dipinto “Lucania ‘61”. Due anni dopo è eletto senatore nel collegio di Civitavecchia, come indipendente nelle liste del PCI. Aderisce al Gruppo Misto ed entra a far parte della Commissione Istruzione Pubblica e Belle Arti. L’anno dopo fa parte della commissione di indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio. E’ coordinatore del gruppo insieme all’onorevole Vedovato.

Nel ’67 tiene due discorsi a Matera: in giugno su Gramsci e in dicembre sulla salvaguardia degli antichi rioni Sassi. Continua intanto ad esporre e a realizzare dipinti. 24 sue opere vengono esposte a Palazzo Strozzi, nell’ambito della mostra “Arte Moderna in Italia 1915-1935”.

Nel ’68 viene eletto nuovamente senatore nel collegio di Velletri, nelle liste del PCI-PSIUP e aderisce al gruppo parlamentare della sinistra indipendente. E’ componente della commissione esteri.

Si dedica assiduamente ai temi degli emigrati e nel 1970 fonda la FILEF (la Federazione Italiana Lavoratori Emigrati Famiglie).

Nel 1973 è gravemente ammalato. Il diabete del quale soffre da tempo gli procura il distacco della retina. Deve stare al buio dopo un delicato intervento chirurgico agli occhi. Continua a dipingere nonostante la cecità. Scrive anche “Quaderno a cancelli” che viene pubblicato postumo.

L’anno dopo, nel 1974 ritorna a Matera dove espone una cartella di sette litografie ispirate al “Cristo si è fermato a Eboli”. Visita i Sassi e i paesi del confino: Grassano ed Aliano. Scrive la prefazione di “Uno si distrae al bivio” di Rocco Scotellaro, pubblicato dall’editrice Basilicata di Leonardo Sacco.

Muore a Roma il 4 gennaio del 1975.

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One response to this post.

  1. Posted by Nino Greco on 31 dicembre 2010 at 13:57

    Nel 1973, in stato di temporanea cecità, Carlo Levi traccia più di 145 disegni, 40 dei quali sono stati pubblicati nel volume ‘Carlo Levi inedito’, a cura di D. Sperduto, pref. di G. Russo, Spes, Milazzo 2002.

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