Il documentario d’autore


Joris Ivens

In questi ultimi anni si sta tentando di recuperare una serie di documenti filmati che appartengono alla storia della Basilicata. Si tratta di documentari d’autore che credevamo scomparsi per sempre (come L’Italia non è un paese povero di Joris Ivens)  o di autentici “inediti” sepolti e dimenticati negli archivi dell’Istituto Luce o della Rai, come la prima intervista televisiva al poeta ingegnere Leonardo Sinisgalli del 1958 rintracciata in un vecchio servizio dedicato all’energia nucleare, girato a Parigi.  Un patrimonio notevole ancora tutto da scoprire. Un patrimonio che comprende, per esempio, un documentario “leggendario” che sarebbe stato girato da cineasti della famosa Pathé Frères sul mitico viaggio di Giuseppe Zanardelli nel settembre del 1902 in Basilicata.

Gli anni Cinquanta e Sessanta con i film demo-etno-antropologici sono quelli più documentati: sulla scia delle indagini di Ernesto De Martino uno stuolo di cineasti e documentaristi venne in Basilicata a “scoprire” – come diceva proprio l’antropologo napoletano – “la vita culturale tradizionale del mondo popolare di questa regione”. A quegli anni si riallaccia anche un cortometraggio di Michelangelo Antonioni sulla superstizione che, sia pure girato nelle Marche fu realizzato in collaborazione con un intellettuale lucano, Gerardo Guerrieri che fu aiuto regista anche di De Sica per Sciuscià e Ladri di Biciclette e che, successivamente, divenne uno dei maggiori studiosi di teatro del secondo Novecento italiano.

In anni più recenti il documentario d’Autore in Basilicata si è arricchito di pregevoli contributi : a cominciare da un film sulla figura e l’opera di Josè Ortega durante gli anni del suo esilio franchista a Matera, su testi e voce di Rafael Alberti ( Il dolore della libertà) fino ad arrivare a Pannone con il suo documentario sull’estrazione del petrolio in val d’Agri (Pietre, miracolo e petrolio).

La storia del documentario d’autore in Basilicata

Da Carlo Lizzani a Gianfranco Pannone passando per Joris Ivens, Luigi Di Gianni, Mingozzi, Quilici, Taviani e tanti altri. Il documentario d’autore, in Basilicata  consta di molti corto o lungometraggi ed è abbastanza ricco, almeno per la qualità della produzione.

C.Lizzani "Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato" 1949

Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato è un esempio della “teoria del documentario” come la definisce Giampaolo Bernagozzi, ( G.BERNAGOZZI, Il cinema corto. Il documentario nella vita italiana 1945-1980, Roma, La casa Usher, 2002) vale a dire la teoria della cultura regionalistica e delle tradizioni popolari.
Nasce da questi presupposti Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato in cui Crotone, Salerno, Bari, Napoli, Matera e Melissa rappresentano le tappe di quell’assise che avrebbe dovuto segnare la rinascita del Sud.
Lo scrittore Vasco Pratolini in un saggio sui rapporti fra letteratura e cinema aveva evidenziato, in quegli anni, che l’arte del cinema ha il suo linguaggio particolare, il quale sarà tanto più autonomo quanto più avrà, per così dire, bruciato le esperienze, le soluzioni, le tecniche medesime delle arti preesistenti. (8V.PRATOLINI in “Bianco e nero”, rassegna di studi cinematografici, Roma, Centro Sperimentale di Cinematografia, Anno IX, numero 4, giugno 1948).
Il lavoro di Lizzani, pur ispirandosi al romanzo di Levi, si proponeva di “superare” la visione della cosiddetta “civiltà contadina” per diventare atto di denuncia di una situazione reale, legata al sottosviluppo delle “plebi contadine” come le chiamava Ernesto De Martino, l’antropologo napoletano promotore – nel corso degli anni Cinquanta – di una serie di “spedizioni” demo-etno-antropologiche.
…Così gli interni dei Sassi di Matera con animali e uomini dentro le stesse grotte; così le baracche e le folle di disoccupati di Crotone, così il mercato degli stracci a Resina; così l’aprirsi di una nuova coscienza con l’espropriazione del latifondo della solidarietà di tutti gli strati del sottoproletariato… (G.BERNAGOZZI, op.cit.pag.96)
In tutto questo c’è il Meridione che tenta di emanciparsi ma c’è, soprattutto, in Carlo Lizzani, l’avvio di un cinema che voleva ripercorrere, in modo diverso, il cammino e le strade di un’altra Italia. “In Italia alcuni milioni di uomini e di donne vivono ancora in stato di superstizione, altrettanti si affidano ad un incosciente arcano, controriformismo bigottismo. Sono questi problemi che gravano sulle spalle degli italiani da vari secoli.” (C.LIZZANI, Film di questi giorni, in “Cinema” n.170, 25 luglio 1943, pag.54)
Il suo documentario, tuttavia, sarà accusato di “culturame” nonostante il suo “Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato” diventa il reale in cui si costruiscono tutte le sequenze, diventa il quotidiano in cui si innestano i fotogrammi entusiasti di un unanimismo che più tardi potrà diventare un difetto ma che allora non poteva non essere l’eco – ancora tutta positiva – delle esperienze di lotta armata e partigiana contro il nazifascismo.
Ritorna, negli anni ’50, una visione del Meridione attenta ad evitare l’idilliaco del compianto precostituito, anche se talvolta la tentazione si fa pesante e gli slittamenti diventano – se non macroscopici – almeno pericolosi. (G.BERNAGOZZI, op.cit., pag.97).
E sempre Vasco Pratolini, nel mettere in evidenza le affinità e le differenze tra cinema e letteratura, in rapporto tra il “Cristo si è fermato ad Eboli” e il documentario di Lizzani “Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato”, evidenziava:
L’affinità tra film e romanzo si anima nel gioco delle passioni umane, nel moto del sangue, nel giro stesso del sole. Nella similare impurità della loro operazione artistica confusa con la vita, film e romanzo trovano il loro equilibrio, la distanza e la moralità dei loro rapporti. Tuttavia, onde placare la tenia dello spettacolo che lo divora, il film ha intrapreso a servirsi con troppa disinvoltura alla tavola del romanzo: inghiotte intere le vivande e intere le rivomita, sporta l’ospite e se stesso. Perchè l’incontro sia proficuo occorre che film e romanzo non limitino il loro sodalizio ad uno scambio di contenuti; si chiudessero dentro il cerchio di un’omertà reciprocamente funesta. Le virtù precipue dell’uomo sono gli errori esiziali dell’altro. Il romanzo contemoraneo ha innegabilmente mutuato dal film quei valori di folgorazione, di sana aridità, di rigore narrativo che sono tra i caratteri più attivi della sua modernità, senza perciò abdicare dalla sua natura di documento, disteso a specchio e ad ausilio dell’ininterrotta avvenuta dell’uomo. Ora, di questa sterminata esperienza, desunta da una realtà che gli è propria, il cinema ha il dovere e il diritto di alimentarsi, senza tuttavia restarne evirato nè tanto meno diventarne il corifeo. Il ragionamento sui rapporti tra cinema e letteratura, tra film e romanzo, comincia di qui. (V.PRATOLINI, op.cit.)
Massimo Mida con “Vita in Lucania”, Salvatore Vento con “Donne di Lucania”, Luigi Di Gianni con “Nascita e morte nel meridione” o “Magia Lucana” fino ad arrivare a Fiorella e Pierluigi Albertoni con “Dolore della libertà” (che ricostruisce il racconto per immagini sulle opere di Josè Ortega, il quale trasferisce sulla pietra di Matera tutto il mondo della violenza e degli oppressi, non esclusa la sua personale vicenda di esule dalla Spagna, arricchita e “confortata” del commento scritto e letto da Rafael Alberti) un filo rosso che percorre una storia del “Documentario d’autore” in Basilicata negli ultimi cinquant’anni.
Un “filo rosso” legato e non spezzato da altri documentari (sempre Mida con “La quarta torre di Matera”) perchè si ritorna con Mingozzi “Profondo Sud. Viaggio nei luoghi di Ernesto De Martino a vent’anni” o con “La Lucania di Levi” di Franco Taviani.
Insomma “il cinema dei documenti” sembra caratterizzare e identificare la vicenda cinematografica in Basilicata. Un rapporto “specialistico” tra il cinema e la riflessione storica, nell’arco di oltre mezzo secolo.
L’esame di quei film documentari che in qualche modo, per l’ampiezza dell’indagine e per la qualità dell’intepretazione, la scelta e il montaggio del materiale di repertorio impiegato, rivelino un approccio agli avvenimenti non superficiale e non occasionale…(PIETRO PINTUS, Storia e film. Trent’anni di cinema italiano 1945-1975), Roma, Bulzoni Editore, 1976).
Il filone documentario, dunque, più che la fiction (basterebbe ricordare “Rocco e i suoi fratelli” di Visconti o “I Basilischi” della Wertmuller) ha segnato la Basilicata. C’è da osservare comunque che, dall’avvento della televisione, è stata proprio quest’ultima a sostituirsi al cinema dedicando sempre più ampi spazi a rievocazioni storiche e antropologiche. Ma se le ore televisive in tal senso sono venute via via aumentando e per l’accoglienza positiva del pubblico che mostra di gradire molto sul piccolo schermo la “visualizzazione” della nostra storia, corre l’obbligo di ricordare che al cinema il genere documentario, nella sua “specificità” non ha mai goduto buona fama.
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