L’inchiesta televisiva


Nel 1962 nasce il primo rotocalco televisivo, a periodicità quindicinale, chiamato RT; a un anno di distanza verrà sostituito da Tv7.

L’inchiesta televisiva era nata qualche anno prima, nel 1958, con il regista e giornalista Virgilio Sabel e le sue 10 puntate intitolate “Viaggio in Italia”, tuttavia è con Tv7 che viene “adottata una struttura che ricorda da vicino il Telegiornale, portando il numero dei servizi a sette-otto, trattando gli argomenti in circa cinque minuti, con uno stile che ricorderà quello dei cinegiornali” della “Settimana INCOM” dell’Istituto Luce. (PIETRO BEVILACQUA, ANDREINA DE CLEMENTI, EMILIO FRANZINA, Storia dell’emigrazione italiana, Roma, Donzelli Editore, 2001, pag.525).

Il giornalista Enzo Biagi aveva utilizzato per primo il titolo RT-Rotocalco Televisivo. “Il termine mutuato dalla carta stampata per indicare un programma televisivo di taglio informativo-giornalistico con una programmazione regolare, il rotocalco televisivo incontrando le nuove possibilità del montaggio si è trasformato sempre più in un programma dal ritmo serrato, dal montaggio veloce e da immagini raffinate.” (FRANCESCO MONICO, Il dramma televisivo, Roma, Melteni Editore, 2006, pag.177).

Tuttavia è con Tv7 che nasce il settimanale di informazione della televisione italiana. Come scrive Guido Crainz ne “Il paese mancato” “Tv7 ospiterà non di rado servizi coraggiosi, e con documentari in più puntate, come Viaggio nell’Italia che cambia del pur prudente Ugo Zatterin (1963) o La casa in Italia di Liliana Cavani (1964)”. (GUIDO CRAINZ, Il paese mancato, Roma, Donzelli Editore, 2003, pag.9).

Uno dei giornalisti più impegnati, fin dall’inizio, fu Gianni Bisiach. Per il settimanale Tv7 “firma numerosi servizi di pregevolissima fattura, fra cui: Gli italiani al polo nord (sulla spedizione Nobile), Rapporto da Corleone (sulla mafia), Quinto non uccidere (sulla pena di morte) ecc.” (ROBERTO POPPI, I registi: dal 1930 ai giorni nostri, Roma, Gremese Editore, 2002, pag.60).

 Tv7 fu un settimanale straordinario. La grande novità era proprio l’attenzione al sociale. Malgrado la lottizzazione, quindi, lavorano in quel periodo in Rai professionisti di larghe vedute. (…) Ci sarà poi il Tg2 Studio Aperto di Andrea Barbato e, nel 1980, Mixer di Giovanni Minoli. Questo dimostra che un’informazione diversa da quella ufficiale poteva anche passare per canali istituzionali. (MASSIMO VENEZIANI, Controinformazione. Stampa alternativa e giornalismo d’inchiesta, Venezia, Castelvecchi 2006, pag.96)

L’inchiesta televisiva è un’indagine che mira a ricostruire lo svolgimento di certi avvenimenti o ad approfondire temi di attualità politica, sociale o economica (per esempio la disoccupazione giovanile, la crisi ambientale, l’immigrazione clandestina), traendo spunto da episodi di cronaca ma rileggendoli in una prospettiva temporale più ampia. L’inchiesta appartiene al genere dell’informazione di cui è anzi una tipica espressione. Generalmente è un servizio giornalistico di una certa consistenza che viene mandato in onda fuori degli spazi canonici del Tg, ma può rappresentare anche un momento di approfondimento all’interno degli stessi notiziari. L’inchiesta è sempre progettata, si muove sulla base di una scaletta precisa, non registra ma li orienta, e si identifica con il giornalista che la conduce. Di solito il parlato è costituito dalla viva voce dell’inviato, che appare spesso in campo, specie nelle interviste. Viene usata anche una voce fuori campo, dopo il montaggio in studio, per raccordare singole parti, presentare antefatti, commentare. Tra le più famose inchieste proposte dalla Rai meritano di essere ricordate “Chi legge?” di Mario Soldati e Cesare Zavattini, “Douce France e Made in England” di Enzo Biagi, “La forza della democrazia” di Corrado Stajano e Marco Fini e “La notte della Repubblica” di Sergio Zavoli. (Aldo Grasso a cura, ETG Enciclopedia della Televisione Garzanti, Milano, Garzanti, 1996, pag.360)

L’inchiesta televisiva è, solitamente, legata all’attualità, alla contemporaneità; una informazione di approfondimento sulla realtà sociale, economica, ecc. un “reportage” che si concentra su aspetti, fatti, per documentare e interpretare il mondo contemporaneo. L’inchiesta puo’ essere “investigativa” (il caso Watergate), “conoscitiva” (p.e. i danni ambientali), ecc. ecc.

In qualche modo L’inchiesta televisiva è stata “rilanciata” con l’avvento della televisione-verità, segnata da trasmissioni come Chi l’ha visto (1989), e prima ancora da “Telefono giallo” (1987) quando la televisione veniva concepita come un mezzo che non aveva bisogno di ulteriori mediazioni, con la vita vera lasciata fluire liberamente sui piccoli schermi.

Virgilio Sabel

“Viaggio al Sud, l’inchiesta che Virgilio Sabel, Giuseppe Berto e Giose Rimanelli presentarono ai telespettatori nella primavera del ’58, rimane una delle cose migliori della televisione italiana” (ATTANASIO MOZZILLO, Il cafone contesto, Bari, Dedato, 1974, pag.49). Dell’opera del regista piemontese dà un lusinghiero giudizio anche Edoardo Sanguineti nel suo saggio autobiografico “Scribilli”: “Di Virgilio Sabel ricordo, dai tempi proprio della mia adolescenza, alcuni eccellenti documentari.” (EDOARDO SANGUINETI, Scribilli, Milano, Feltrinelli Editore, 1985, pag.238)

Viaggio al Sud, in dieci puntate, attraversò il Mezzogiorno d’Italia alla fine degli anni Cinquanta con la voce calda e vibrante di Arnoldo Foà. (LETIZIA BINDI, Bandiere, antenne, campanili, Roma, Meltemi Editore, 2005, pag.180) e fu, probabilmente,  la prima inchiesta della televisione italiana.

Virgilio Sabel, il giornalista, regista e intellettuale torinese, morto a Roma nel 1989 all’età di 69 anni, noto e stimato in campo cinematografico e televisivo fu, fin dagli anni Quaranta, uno dei protagonisti del “cinema corto”, cioè di quel cinema di cortometraggio che prima dell’avvento della televisione ha avuto, anche in Italia, un ruolo primario.

Sul giornale “Il Lambello”, rivista torinese del Gruppo Universitario Fascista del Piemonte, il giovane Virgilio Sabel, appena ventenne, pubblica un articolo dopo aver visitato lo studio Tv dell’Eiar di Roma:


Questa piccola sala ha attirato moltissimo gli sguardi curiosi dei giornalisti, dei critici e anche in particolar modo dei cinematografari allarmati dal segreto timore di trovarsi di fronte a un’industria concorrente. E dei fecondi giornalisti interessati a difendere l’industria cinematografica, dopo una visitina in quella saletta, portando sul piano estetico la discussione, cercarono di dimostrare che, qualora anche la radiovisione assumesse il rango di forma d’arte, non potrebbe intralciare mai il cammino dell’arte cinematografica. E, come arte, lo crediamo bene. Dal punto di vista industriale la questione è molto più complessa: si vedrà. Parlare della radiovisione come arte è ora un po’ prestino: lo dimostrano i signori di cui sopra con il loro esame ricco di strafalcioni che sarebbero stati evitati solo che si fossero presi la pena di guardare con un po’ d’intelligenza il lavoro e capire le spiegazioni di quegli uomini in bianco, degnissimi di essere incoraggiati e aiutati anziché denigrati. A parte la poderosa raccolta di trattati esclusivamente tecnici, esiste tuttavia già qualche buona base per un’estetica radiovisiva. Accenniamo all’interessante volume dell’Arnheim, a diversi articoli apparsi su riviste specializzate tedesche e americane, al recente studio di Aldo De Sanctis su “Bianco e Nero”. (DIEGO VERDEGIGLIO, La tv di Mussolini, Castelvecchi Editore…)

(segue)


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