Carlo Gesualdo principe di Venosa

Il viceregno spagnolo tra Cinquecento e Seicento. Una Napoli dal profumo dei fiori di gelsomino ma anche dalla puzza dello sterco dei cavalli  e dagli scoli delle fogne a cielo aperto.

La Napoli di Giovanbattista Manso, il primo biografo del Tasso e principe della famosa Accademia degli Oziosi fondata nel 1611, la scuola di pittura di Fabrizio Santafede dove è apprendista Giovanni de Gregorio “il pietrafesano”, l’arrivo di Michelangelo Merisi detto il “Caravaggio”, le ardite architetture del teatino Francesco Grimaldi (di Oppido Lucano) le raffinate esecuzioni del maestro di cappella Giovanni Maria Trabaci di Montepeloso (Irsina), le sacre rappresentazioni teatrali di Gio.Battista Andreini che anticiparono “L’Adamo caduto” di padre Serafino da Salandra, le favole de “Lo cunto de li cunti, overo l’intrattenimiento de’ piccerille” di Giovanbattista Basile, governatore a Lagonegro.

In questo crogiuolo di arte e di cultura emerge, tra le tante, la figura di Carlo Gesualdo, principe di Venosa, uno dei più “geniali musicisti di tutti i tempi” come lo definì Giovanbattista Doni nel suo “Trattato de’ Generi e dei Modi” qualche decennio dopo la morte del madrigalista.

Al grande interprete della “musica reservata” si è tornati a guardare con grande interesse dopo la “riscoperta” fatta da Igor Stravinsky che gli dedicò addirittura un “Monumentum”, ultima importante opera della tarda maturità.

L’idea del maestro Claudio Abbado di una scuola di alti studi gesualdiani o gesualdini da realizzare a Potenza in collaborazione con l’Università degli Studi della Basilicata, per capire come si eseguiva e si interpretava quella musica così difficile e inquietante (Alan Curtis tentò, qualche anno fa, con i suoi “Febi Armonici”, delle sperimentazioni in tal senso) è solo una delle iniziative “work in progress”.

Franco Battiato e Pino Daniele hanno tentato, attraverso proprio i madrigali gesualdiani, la “reinterpretazione” della musica dodecafonica. Molti altri musicisti contemporanei, a tutti i livelli, si stanno “cimentando” rielaborando partiture e riscoprendo quelle 5-6 voci che “si inseguono e si rincorrono” specie nei Responsoria  e nelle Sacrae Cantiones.

Ad Avellino la raccolta di tutta la documentazione presso il Centro Studi della Biblioteca provinciale permette oggi di avere a disposizione fonti, in gran parte inedite, che ci consentono di “ricostruire” i principali eventi della vita e dell’opera di Carlo Gesualdo.

Ma la “riscoperta” di Carlo Gesualdo, per il pubblico non “addetto ai lavori” avviene soprattutto a livello letterario, teatrale, cinematografico.

IN LETTERATURA

Il “Gesualdo” di Jean Marc Turine e’ un romanzo fatto di silenzi e di ombre. Lo scrittore belga narra la storia del principe di Venosa “interpretandolo” come un uomo del nostro tempo.

Emerge la figura di un principe in fuga dalle ombre di un passato in cui la passione e il desiderio hanno sconvolto per sempre la sua vita, lasciando una traccia indelebile nella sua anima.

Attraverso la musica (soprattutto Sacrae Cantiones e Responsori oltre che nel sesto libro dei Madrigali) Gesualdo trasforma la disperazione in note, dedicando la sua vita all’espiazione, nel tentativo spasmodico di raggiungere la pace interiore, le sue verità nascoste.

Da tale ricerca resta traccia nelle sue bellissime interpretazioni delle “lamentazioni di Geremia” (O vos omnes, qui transit per viam, attendite et videte si est dolor, sicut dolor meus), che quasi scavano nell’ombra della realtà per far scaturire dall’oscurità la sua luce interiore.

Con stile essenziale e tagliente, lo scrittore costruisce un mosaico di brevi sequenze che, evitando l’ordine cronologico, fa luce sull’esistenza solitaria e maledetta del principe di Venosa, rievocandone il lavoro, i viaggi, i sogni, gli incontri  a cominciare proprio dalla bellissima Maria d’Avalos, sua cugina, oggetto di una passione cieca che trasformò per sempre la sua vita. (La notte tra il 16 e il 17 ottobre, nella sua casa di piazza San Domenico Maggiore a Napoli, il principe la uccise e fece uccidere, a colpi d’archibugio, il suo amante, Fabrizio Carafa, duca d’Andria).

Un romanzo raffinato e affascinante che affronta i misteri di un’anima in pena e la follia del tormento d’amore.

IL CINEMA

E’ un gioco di specchi quello che Bernardo Bertolucci proporrà con il suo “Inferno e Paradiso”: Igor Stravinsky riflesso nell’immagine di Carlo Gesualdo e viceversa. Due grandi musicisti vissuti in epoche diverse ma i cui ruoli si rincorrono, si scambiano in una serie di colpi di scena degni della migliore tradizione del romanzo d’appendice. Qui il modello, piuttosto esplicito, fin nelle citazioni e soprattutto nell’ambientazione voluta dallo sceneggiatore (il cognato del regista) è legato al genio-pazzo, l’”eroico furore” di Giordano Bruno anche se la trama non sembra lasciare nulla al caso.

Protagonista è Maria d’Avalos quasi coinvolta in un piano diabolico, circuita dall’amante, denunciata dallo zio respinto, desiderata dal segretario gobbo, abbandonata ai suoi sensi. E’ lei la vittima che scopre troppo tardi di essere predestinata al martirio perché il suo assassino possa consumare fino in fondo il suo ruolo e la sua esistenza, tenendo alta la tensione del racconto che raggiunge un pathos degno del miglior melodramma.

La verità non può essere solo rivelata e non dichiarata; bisogna rivisitare tutto ciò che in questi quattro secoli e’ stato dato in “pasto al pubblico”, ritrovare una spiegazione psicologica quasi giungere, con ironia, ad una intervista impossibile con i personaggi. Insomma una perfetta pièce teatrale.

BIOS ATHANATOS
tormenti tenebre visioni
Rocco Brancati
pagine 222 – Lire 25.000 (i. c.) – EURO 12,91

Conosciuto soprattutto per la ricca letteratura, sia colta che popolare, fiorita intorno alla sua tragedia familiare, Carlo Gesualdo (nato a Venosa l’8 marzo del 1566) viene oggi  “riscoperto” come uno dei più “inquietanti” personaggi della storia della musica.
A lui si ispirò uno dei più grandi “narratori” moderni, Richard Wagner; al “principe dei musici” Igor Strawinsky dedicò addirittura un “Monumentum” l’ultima importante opera della tarda maturità.
Giovan Battista Doni, erudito e teorico musicale (la prima nota DO viene così chiamata dal suo nome) nel 1635 fu il primo a definirlo “genio” nel suo compendio del trattato de’ generi e de’ modi.
Nipote di San Carlo Borromeo imparentato con i d’Este di Ferrara (la sua seconda moglie fu Eleonora d’Este), Carlo Gesualdo fu anche un virtuoso del liuto.
La sua opera più nota è composta dal sei libri di Madrigali, due libri di Sacrae Cantiones e un libro di Responsoria.
Il grande liutista genovese Simone Molinaro li fece stampare, per la prima volta in partitura, nel 1613.
Compose anche alcune musiche strumentali, purtroppo perdute; tuttavia è nella gloriosa, tramontante polifonia che seppe e volle esprimere, con personale potente veemenza, il suo singolarissimo genio.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: