Quando il magico sfida la storia

Nel 1952 Ernesto De Martino giungeva per la prima volta in Lucania, con una spedizione universitaria, per ricostruire, con una ricerca interdisciplinare (etnografica, musicologica, sociale, fotografica ecc.) l’itinerario lucano di Carlo Levi. Le sue scelte professionali si basavano su una indagine non solo formale ma che era ancorata ai valori della cultura degli “umili”. Nel 1945 era stato pubblicato il Cristo s’è fermato ad Eboli ma subito dopo il sociologo Friedrich Friedmann nel suo rapporto sulla “Miseria” aveva messo in evidenza la grande dignità umana e morale dei contadini lucani. Le cifre e le tabelle, i bilanci e i rendiconti sull’indigenza del Sud rivelavano infatti soltanto un aspetto della realtà: quella più facilmente e materialmente “misurabile” attraverso l’impiego di strumenti come il metodo statistico. Ma sfuggiva a questi strumenti quella parte della realtà che non è riducibile in cifre, che non è “quantificabile”. La spedizione universitaria di De Martino tentava di rintracciare le tracce della magia, il paganesimo, la superstizione ma solo per avviare una provocazione…

Erano quelli gli anni del giovane economista Pasquale Saraceno, del fotografo Franco Pinna e di Manlio Rossi-Doria, direttore dell’Istituto di Agraria di Portici dove lavorava anche Rocco Scotellaro. Heinrich Lausberg completava le sue indagini sulle “parlate” della Basilicata meridionale circoscritta tra i comuni di Tursi, Valsinni e Senise. La regione dalle leggi speciali senza effetto (la grande inchiesta parlamentare di Stefano Jacini della fine dell’800 e poi quella di Zanardelli del 1904 e di Francesco Saverio Nitti nel 1910) diventava punto di riferimento costante per le ricerche sociologiche “sul campo”, per capire e per ipotizzare progetti di sviluppo. In questo laboratorio reale le idee si incrociavano, si scontravano, si alimentavano a vicenda.

Nel corso di oltre un decennio Ernesto De Martino sarebbe tornato spesso in Lucania a raccogliere, a documentare il suo “Sud e magia”. Un rigore professionale volto alla ricerca del dettaglio piuttosto che dei luoghi comuni, per ritrovare una dimensione umana spesso dimenticata.

Nel 1958 l’incontro di De Martino con un giovane regista, Luigi Di Gianni, napoletano come lui ma di origini lucane, di Pescopagano. Aiuto di Blasetti, Di Gianni realizza, con la consulenza scientifica dell’antropologo, il suo primo documentario “Magia Lucana” “ricostruendo” il pianto funebre delle ultime prefiche ritrovate a Pisticci, e l’arcaicissima ruralità di Pietrapertosa.

Di Gianni (che ha ricevuto una laurea honoris causa a Tubinga) – culturalmente vicino alla filosofia di Martin Heidegger – condivideva la “nuova storia” di Ernesto De Martino, volendo che questa si superasse come storia, per diventare al tempo stesso geografia, sociologia, economia: cioè quel complesso dispositivo interdisciplinare per il quale tutto è storia. Insomma la posizione che piu’ tardi sarebbe stata di Fernand Braudel.

Con “Magia lucana” il regista scoprì la Lucania che cominciò “ad amare appassionatamente”, con tutti i suoi “archivi”, le sue “archeologie umane”,  e anche le sue etichette (“Terra di funebri memorie – aveva detto Carlo Levi – quasi al riparo dalle grandi tempeste della storia”).  Non un documentario di denuncia fine a se stesso, non una documentaristica politica e sociale quanto piuttosto la rappresentazione sia pure ricostruita di una realtà, di un comportamento, se vogliamo di una “civiltà” e di una cultura.

In “Magia lucana” e subito dopo “Nascita e morte nel Meridione, San Cataldo” i fatti, anche i più ingrati, raccolti nelle immagini, si mettevano a parlare e a vivere. Luigi Di Gianni ha un dono straordinario: riesce a “incarnare” la documentazione che gli passa tra le mani, ne fa degli esseri di carne e di sangue.

A mezzo secolo di distanza si rivedono, in alcuni casi li vedremo per la prima volta, cortometraggi introvabili del regista-antropologo e vengono pubblicati preziose testimonianze sulle sue opere e sulla sua attività cinematografica. Non a caso qualche anno fa  il Festival Internazionale del Cinema di Berlino ha voluto omaggiarlo con una rassegna. “Pericolo a Valsinni” (1959), “Il male di San Donato” (1965), “La Madonna di Pierno” (sempre del 1965) fino a “La possessione” (1971) e a “Il tempo dell’inizio” (1974) : un discorso che fa pensare di essere in contatto con un grande studioso del folclore religioso. Non è così perché “Storia e Metastoria” sono i fondamenti di una sua teoria del sacro.

L’ultima testimonianza, in ordine di tempo, è a cura di Domenico Ferraro. “Tra magia e realtà. Il meridione nell’opera cinematografica di Luigi Di Gianni” è stata presentata cinque anni fa da Massimo De Pascale, Clara Gallini,  Thomas Hauschild, Luigi Lombardi-Satriani,  Italo Moscati, Vittorio Giacci e Gian Luigi Rondi. Tutti parlano di Luigi Di Gianni, ne raccontano alcuni “frammenti di vita”, quasi a voler raccogliere quaderni di ricerche, documenti di etnologia, epistolari che testimoniano la fervida attività culturale del regista. Non un semplice “esercizio di memoria” dedicato a Luigi Di Gianni quanto piuttosto una “conversazione” a più voci con e per un amico comune.

Il “mondo magico” di Luigi Di Gianni emerge dai piccoli paesi lucani (Albano per esempio). Sono immagini che ci ricordano proprio Ernesto De Martino autore di opere famose come “Morte e pianto rituale nel mondo antico: dal lamento funebre antico al pianto di Maria”. Nei documentari  emerge un’analisi più “visibile” come nei primi due documentari dove il pianto e i suoi rituali servono ad esorcizzare quella spaventosa realtà che è la morte di una persona cara, specchio anche della propria possibile futura scomparsa.  Ma di grande interesse sono anche i cortometraggi sugli “attarantati”. Il ritmo ossessivo del cuore, di tamburo, che ripetuto porta alla trance, all’estasi: è la caratteristica non solo della taranta del Salento, ma anche della danza hadra del Marocco, del candomblè brasiliano, della santeria di Cuba, del Butoh giapponese. Sugli “attarantati” si innesta la musica, la danza, la catarsi.. E’ il mito della “taranta”, la danza popolare pugliese che porta i suoi partecipanti a una condizione estatica, un fenomeno che unisce in diverse forme tutti i paesi.

Un omaggio quindi a Luigi Di Gianni finalmente nella sua terra d’origine (dopo la cittadinanza onoraria a San Fele, i festeggiamenti a Pescopagano, è in itinere la nascita di un centro studi Luigi Di Gianni a Castelgrande dedicato al cinema antropologico) ma anche un omaggio ad Ernesto De Martino sulla cui figura ed opera la figlia Lia qualche anno fa promosse un convegno internazionale per ricordare i 50 anni dalle prime indagini demo-etno-antropologiche del grande studioso.

Di Lia De Martino un breve ricordo del padre: Lo porto dentro – e non me ne vorrò mai liberare – quel padre dell’ultimo periodo, contraddittorio ed umano, confidenziale se pure severo. Inebetiti, lui e me, in questo dialogo ravvicinato e insolito. E’ un tesoro e una realta’ che mi ha fatto quale io sono con le mie possibilità, e le mie positività, le mie carenze, le inadeguatezze e le grandezze: in una parola le contraddizioni laceranti che mi accompagnano nel quotidiano e con le quali non riesco a convivere ragionevolmente. Penso e ripenso a quello che sarei se questo mio padre dell’ultimo periodo lo avessi avuto vicino così, in quel mondo, per più tempo: magari prima e, perché no, più a lungo, dopo. Pure questo “dato di fatto” per quanto monco e irrisolto è qui, più che mai oggi, a rappresentare gli argini e la forza delle risposte e nelle soluzioni. Lo stile di vita, della ragione, dell’impegno, degli ideali. Io me ne accorgo. E’ consapevolezza e struggente riconoscenza. E’ la capacità – questa si – di essere militante nonostante tutto e contro tutto; di non arrendermi alla catastrofe del quotidiano o della storia, quando la ragione e la logica scompaiono ed altre risposte vorrebbero catturarti, distrarti. E’ qui, con tutta la sua incomplettezza, sempre presente, questa paternità non solo ereditata nel nome, ma riappropriata con tutte le mie forze, giorno dopo giorno, in qualche modo – a mio modo – e nonostante “altro”. Essa c’è, esiste: basta averne consapevolezza e confermarla a me stessa, senza le timidezze che impediscono, mortificano, uccidono.

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