Storia della televisione

LA STORIA DELLA TELEVISIONE ITALIANA

Storicizzare il mezzo più rappresentativo dell’industria culturale italiana di questi ultimi 50 anni non  è un argomento che interessa solo i mediologi di professione, ma anche tutti coloro che vogliono meglio capire come la tv possa essere un potente strumento di formazione o di creazione di consenso.

Il focolare del nostro tempo


Nel 1954 (è  il 3 gennaio ed  è domenica) nasce ufficialmente la televisione italiana, cominciano cioè le trasmissioni regolari dopo 2 anni di sperimentazioni. I teleutenti sono soltanto 88 mila dislocati soprattutto al Nord tra Milano e Torino. Poche famiglie possono permettersi l’acquisto di un apparecchio televisivo perchè il costo è elevato: dalle 200 alle 250 mila lire, vale a dire due stipendi di un impiegato.

Il consumo di massa della televisione determina profondi cambiamenti nel pubblico: si trasforma il modo di vivere il tempo libero, cambia il rapporto con il “reale”, nasce e cresce una prima generazione con una memoria e un vissuto televisivo; tutto ciò che accade in ogni parte del mondo diventa realmente contemporaneo ed entra a far parte della sfera privata di ognuno. (Serge Proulx, Alex Voglino (a cura di), L’informazione (tramite media), Jaka book, Milano, 1993,  pag.344)

Quello stesso anno termina la pubblicazione dei 14 volumi dell‘Inchiesta Parlamentare sulla Miseria e sui mezzi per combatterla. L’ultimo volume (diviso in due parti)  è dedicato interamente al comune lucano di Grassano in provincia di Matera. L’inchiesta (presidente della commissione  l’on.Ezio Vigorelli)  infatti è coordinata da un giovane parlamentare lucano, l’on.Gaetano Ambrico, che è  di Grassano.

L’Italia del 1948-53, che sta appena uscendo dalle fasi più mature della ricostruzione, per molti versi, specie nelle classi popolari e nelle regioni meridionali è molto povera (e combattiva), ma si va avvicinando ad una prima stabilizzazione sociale e politica. Il primo censimento del dopoguerra, quello del 1951, la sorprende in piena crisi di transizione. Sotto il profilo sociale, si caratterizza per un alto grado di ruralità (nel 1951 il 42% della popolazione è ancora addetta  all’agricoltura) e un basso indice di urbanizzazione (solo il 20% della popolazione vive in centri con più di 100mila abitanti); in questo quadro, che indica già lo stato di “arretratezza” in cui la guerra e il dopoguerra avevano colto il paese, forte era l’incidenza della miseria (agli elenchi dei poveri erano iscritti 3 milioni e 660 mila cittadini, pari al 7.8 per cento e della disoccupazione (1 milione e 716 mila)… I primi anni Cinquanta videro svolgersi le inchieste parlamentari sulla miseria e sulla disoccupazione, e un vasto dibattito pubblicistico sollevò la questione della povertà. (Enzo Santarelli, Storia critica della Repubblica: l’Italia dal 1945 al 1994, Milano, Feltrinelli, 1997, pgg.54-55)

In attesa, ormai imminente della televisione, l’Istituto Luce (l’istituto cinematografico italiano) aveva realizzato l’anno prima  le immagini per documentare lo svolgimento dell’inchiesta parlamentare. E’ del 1953, infatti,  il film-documentario del regista Giorgio Ferroni. Il filmato dellIstituto Luce illustra, nelle sue diverse fasi, i lavori svolti nell’ambito dell’Inchiesta parlamentare sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla, deliberata dalla Camera dei Deputati il 12 ottobre 1951. Quell’inchiesta segnò la ripresa, dopo il lungo ventennio fascista, dell’attività di indagine del Parlamento. La relazione conclusiva fornì per la prima volta un quadro complessivo delle condizioni di povertà e miseria in cui si trovava una larghissima parte della popolazione italiana, concentrata soprattutto in alcune zone del nord (particolari valli alpine e presso il delta del Po), nelle periferie delle grandi città e soprattutto nel Sud e nelle Isole. L’11,8 per cento della popolazione totale, pari a circa 6.200.000 persone, risultarono vivere nell’indigenza, quasi altrettanti in condizioni disagiate. L’85 per cento delle famiglie classificate come misere e il 70 per cento di quelle disagiate si trovavano nel Meridione e nelle Isole. La raccolta di informazioni, ritenendo insufficiente il solo dato della disparità di reddito,riguardò soprattutto l’affollamento delle abitazioni, l’alimentazione, l’abbigliamento.

Dalla sua costituzione,nel 1924, l’Istituto Luce è impegnato nella produzione e nella distribuzione cinematografica e documentaristica. Nota è La Settimana INCOM (direttore Sandro Pallavicini), una sorta di telegiornale che veniva proiettato nelle sale cinematografiche prima del film, e che ebbe un ruolo notevole nel settore dell’informazione per immagini.

La televisione al Sud e, in particolare, in Basilicata arriva con due o tre anni di ritardo. Il piccolo schermo richiama subito l’attenzione di tutti. Si va a vedere la televisione nei bar, in casa di poche fortunate famiglie. Le trasmissioni vanno in onda in diretta perchè non  è ancora stato inventato il sistema della videoregistrazione. La televisione sconvolge la vita dei paesi e delle città. Il cinema in casa coinvolge e affascina. L’amministratore delegato della Rai Filiberto Guala conia il termine il focolare del nostro tempo paragonando la televisione al camino davanti al quale le nostre nonne raccontavano le favole. Il dottor Antonio è, nel 1954,  il primo sceneggiato televisivo che appassiona i telespettatori. Il teatro fu , dal primo giorno di trasmissione, un grande protagonista della televisione italiana. Gài la sera del 3 gennaio, alle ore 21 e 45, va in onda L’osteria della Posta di Carlo Goldoni, per la regia di Franco Enriquez. Interprete principale Isa Barzizza, l’attrice che farà molti film con Totò.

Da mezzo secolo la televisione appartiene alla nostra vita. In questi cinquant’anni la televisione è stata temuta e disprezzata e raramente apprezzata per la sua capacità di abbattere barriere e steccati. Molti i programmi e le trasmissioni televisive che hanno cambiato gli usi e i costumi della gente e perfino il modo di parlare e di raccontare. Il mirabolante apparecchio per chi non poteva permetterselo era un sogno proibito che si andava ad ammirare, spento, nelle vetrine dei negozi di elettrodomestici.

I pionieri


Il vero pioniere della tv italiana  è Sergio Pugliese, un uomo di cultura, commediografo, che dopo una lunga esperienza alla radio,  (è stato per due anni a New York  negli Stati Uniti dove ha lavorato come assistente in uno studio televisivo) torna a Milano per realizzare un centro di produzione Tv. E’ soprattutto per merito suo se la televisione italiana nasce con un chiaro e marcato scopo pedagogico ed educativo. In Italia, in questi anni, ben l82 per cento della popolazione parla in dialetto e la televisione, fin da subito, si propone di favorire l’elevazione culturale del popolo italiano. Il vero centro di produzione televisiva  è, dunque, a Milano dove ci sono gli studi più attrezzati e dove si formano tecnici, giornalisti, registi, ecc.attraverso corsi speciali di formazione.

Il 26 dicembre del 2000 nell’abazia delle Frattocchie  è morto Filiberto Guala, all’età di 93 anni, amministratore delegato della Rai dal 1954 al 1956 che indisse il concorso da cui uscirono giornalisti del calibro di Furio Colombo, Umberto Eco, Fabiano Fabiani, Angelo Guglielmi, Emanuele Milano, Folco Portinari, Giovanni Salvi, Enrico Vaime, Gianni Vattimo (poi definiti “corsari”) . Fu Guala a dare un’impronta didattica e culturale alla nascente televisione e a creare un codice di disciplina detto, per l’appunto, “Codice Guala”. (Massimo Emanuelli, 50 anni di storia della televisione attraverso la stampa settimanale, Milano, Greco e Greco Editori, 2004, pag.589). Il 3 dicembre 1959 viene istituita Rai Corporation, dopo un lungo viaggio a New York di Sergio Pugliese, responsabile del settore programmi, che, tra l’altro, avrebbe dovuto incentivare i programmi diretti alla comunità italo-americana residente negli Stati Uniti. (Piero Bevilacqua e Emilio Franzina, Partenze, Storia dell’Emigrazione Italiana, Roma, Donzelli, 2001, pag.524-525)

Il telegiornale (trasmesso in via sperimentale) già dal 1952 è diretto da Vittorio Veltroni. Ma i primi telegiornali, e per molti anni ancora, non saranno condotti da giornalisti quanto da speakers (annunciatori). Famoso  l’annunciatore che legge il telegiornale Riccardo Paladini per le sue orecchie alla Dumbo che sarà poi imitato in un film di Alberto Sordi Dentone.

Intervista a Gianni Bisiach, giornalista autore di Un minuto di storia.

Tu sei stato uno dei pionieri del giornalismo televisivo italiano. Come era strutturato il Telegiornale? Nei primi tempi la direzione era a Milano, poi venne spostata a Roma. Le redazioni erano tre: Roma, Milano e Torino. Quando ci siamo trasferiti in via Teulada, c’era il TG propriamente detto e il Dider, una abbreviazione indicata per il settore dei documentari, servizi internazionali, gli speciali e gli approfondimenti giornalistici, dove lavoravo insieme a Fabiano Fabiani, Emanuele Milano, Giuseppe Lisi, Gianni Granzotto che si occupava di politica estera e Ugo Zatterin che faceva i commenti di politica interna.

In Italia, nel 1954,  viene preso a modello il sistema delle Bbc (British Broadcasting Corporation, l’emittente di Stato britannica). Il primo direttore della Bbc John Reith sosteneva infatti che il compito primario della televisione fosse quello di INFORMARE, ISTRUIRE, INTRATTENERE. In questa prima fase della televisione italiana e che va dal 1954 al 1961 il nuovo mezzo di comunicazione di massa  è dominato dal partito di maggioranza (la Democrazia Cristiana) e dalla Chiesa. Nei corridoi della sede Rai di Milano circola il monito (Attento a quello che fai, il Papa ci guarda!). La televisione offre in quegli anni  una visione sostanzialmente rassicurante della vita nazionale, controllata da rigide forme di autocensura ispirate dal Vaticano e contenute in un opuscolo Norme di autodisciplina per le trasmissioni televisive meglio noto come Codice Guala. E’ proprio per effetto di queste norme di autodisciplina se nel 1960, per esempio, è censurato e mai mandato in onda il film-documentario di Joris Ivens commissionato da Enrico Mattei L’Italia non  un paese povero per documentare la fase di passaggio da una società arcaica e rurale a quella pre-industriale. Nei primi anni, e fino al 1958, tutte le trasmissioniandavano in onda indiretta perchè non esisteva ancora un sistema di registrazione.

I protagonisti

Tra i protagonisti di quegli anni basterebbe citare padre Mariano conduttore della rubrica “La Posta di Padre Mariano”, Angelo Lombardi con la trasmissione “L’amico degli animali”  (1956-57). Un altro protagonista è il prof.Alessandro Cutolo, conduttore di “Una risposta per voi”, nato a Napoli, docente di bibliografia e biblioeconomia all’Università Statale di Milano, è approdato quasi per caso in televisione, chiamato dal suo amico Sergio Pugliese, direttore dei programmi. Cutolo confessa di aver tenuto presente il modello di una rubrica americana curata dal vescovo Fulton Sheen nell’ideare “Una risposta per voi”, risponde ogni settimana ai quesiti dei telespettatori, con il suo accento spiccatamente napoletano e gli amabili modi da gentiluomo Cutolo è diventato l’idolo dei telespettatori, ogni giorni riceve duecento lettere. Laddove la usa cultura enciclopedica non arriva, Cutolo si avvale di esperti, talvolta invitati in studio, perchè si sente in dovere di dare una risposta ai più disparati quesiti che gli arrivano da ogni parte d’Italia. (Massimo Emanuelli, 50 anni di storia della televisione attraverso la stampa settimanale , Milano, Greco&Greco Editori, 2004, pag.39)

Tv “bacchettona”

La vocazione pedagogica della televisione italiana delle origini non è esente da un sospetto di paternalismo. Il telespettatore viene, almeno in parte, considerato come un individuo ancora immaturo, da educare secondo un modello di società concepito da una sola parte politica, la DC, che in tema di gestione della Rai e dei suoi programmi non concedeva alternative al pluralismo. Celebri sono tuttavia personaggi come il professor Alessandro Cutolo,napoletano docente universitario a Milano capace di comunicare con il pubblico di argomenti vari. La sua trasmissione Una risposta per voi risolve i quesiti contenuti nelle oltre 200 lettere che i telespettatori gli inviano ogni giorno. Un altro divo, via etere,  Angelo Lombardi,è titolare della rubrica L’amico degli animali. E ancora il francescano padre Mariano. Tra i grandi protagonisti di questi anni c’è Mike Bongiorno e il suo quiz più famoso Lascia o raddoppia? o, appena qualche anno dopo,Enza Sampò che conduce Campanile Sera. Le telecamere della Rai giungono in Basilicata per la prima volta nel 1961 proprio per documentare una puntata di Campanile Sera che vede protagonista la città di Melfi. La sera del 2 febbraio 1957, dopo il telegiornale, va in onda per la prima volta un programma di dieci minuti CAROSELLO, la più longeva (durerà vent’anni) e la più seguita trasmissione della storia della televisione. Non  soltanto pubblicità perchè nei 135 secondi (realizzati spesso da grandi registi del cinema) vengono presentati spettacolini coinvolgenti che fanno epoca. A letto dopo Carosello dicono le mamme.

Il fenomeno carosello

Carosello nasce il 3 febbraio del 1957, alle 20 e 50. Gli esordi sono difficili: ogni scenetta deve essere approvata da una speciale commissione. Gli spot devono essere girati in bianco e nero su pellicola da 35 mm. I limiti pubblicitari impongono che su 2 minuti e 15 secondi di ogni spot di Carosello la “reclame” vera e propria non puo’ durare più di 35 secondi, il cosiddetto “codino” che differenzia carosello da tutta la pubblicità mondiale. Quando i primi caroselli vanno in onda, gli abbonati alla televisione sono poco più di 3 milioni e mezzo. Il titolo del programma, scelto da Marcello Severati, rievoca un celebre film musicale uscito quell’anno: Carosello napoletano. La sigla fu ideata da Luciano Emmer mentre il teatrino fu costruito sul modello di quelli napoletani. La musica di Raffaele Gervasio riadatta una vecchia melodia popolare, sempre napoletana, di autore anonimo. Carosello diviene subito il programma più seguito dalla televisione italiana. Nel 1961 l’ascolto è di ben 8 milioni e 200 mila spettatori. Nel 1963 la vecchia sigla viene cambiata con disegni eseguiti a tempera da Manfredo Manfredi, raffiguranti quattro celebri piazze di città italiane: Venezia, Siena, Napoli e Roma.

Il 5 settembre del 1971 una selezione di carosello viene presentata, per iniziativa della Sipra (la società che gestisce la pubblicità della Rai) al museo d’arte moderna di New York. I grandi registi cominciano a girare per carosello: da Paolo e Vittorio Taviani a Mauro Bolognini a Giuseppe Patroni Griffi. Intanto carosello diventa sempre più corto: nel 1974 ogni scenetta dura un minuto e 40 secondi mentre il costo per fare uno spot si aggira intorni ai 3-5 milioni. Il giro d’affari di carosello è di circa 95 miliardi l’anno, vale a dire il 57 per cento dell’intera produzione del cinema italiano. Durante i venti anni in cui è andato in onda, carosello ha coinvolto tutto il mondo del cinema e dello spettacolo italiano. Nomi celebri come Aldo Fabrizi, Totò, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi e registi come Carlo Verdone hanno realizzato caroselli.

(segue)

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