Voci e volti d’autore


I GRANDI LUCANI DELLA RADIO E DELLA TELEVISIONE

sinisgalliSINISGALLI Leonardo (Montemurro, Potenza, 1908- Roma 1981) ingegnere, poeta, scrittore e pubblicitario. Intellettuale dalla personalità affascinante e complessa, oggi in parte dimenticato dalla critica, dopo collaborazioni giovanili a riviste quali “L’Italia letteraria” e “La lettura” spaziò nei campi più disparati del sapere e dell’arte: dalla poesia (tra le sue raccolte, Vidi le Muse, 1943) alla prosa (Furor mathematicus, 1950), dalla pubblicità (curò le campagne per Olivetti, Pirelli, Eni, Alitalia) ai documentari (Una lezione di geometria, 1948 e Millesimo di Millimetro, 1949 per la regia di Virgilio Sabel che vinsero altrettanti edizioni del Festival del cinema di Venezia) , dalle riviste (Civiltà delle Macchine, da lui fondata nel 1953 e diretta fino al 1958) alla matematica e alla critica d’arte. L’interesse e l’apertura verso i mezzi di comunicazione di massa, unita a una grande preparazione umanistico-scientifica e a un’intensa sensibilità poetica, lo attrassero verso il mezzo radiofonico: nel 1947 ideò e realizzò con Giagni, Rossi e Modigliani, Il Teatro dell’usignolo, occupandosi in particolare della scelta, elaborazione e critica dei testi. Il programma, che per Sinisgalli doveva “periodicamente” sostitursi al libro che teniamo sul “comodino”, fu tra i maggiori esiti culturali della radio italiana e la sua sospensione causò al poeta un profondo rammarico, tanto da spingerlo ad aprire una vertenza con la Rai, che vinse. Nel 1949 collaborò ai “Notturni dell’usignolo” che però non raggiunsero mai gli alti livelli del Teatro dell’Usignolo, mentre nel 1954 firmò con Massimo Rendina il documentario radiofonico “La civiltà delle macchine”. Nel 1967 tornò alla radio per curare con il fratello Vincenzo la rubrica radiofonica “La lanterna” (regia di Giagni), serie di trasmissioni monografiche a collage dedicate a vari argomenti culturali d’attualità e costume.

giagniGIAGNI Gian Domenico (Potenza 1922 – Roma 1975) autore, regista e giornalista. Entrato in Rai nell’ottobre del 1944, fu in quegli anni fra gli intellettuali più impegnati a dare un contributo vasto e vario all’espressione specifica del medium radiofonico, comprendendo il valore aggiunto che questo avrebbe potuto conferire alle opere destinate alla lettura. Nel 1947 diede vita con Leonardo Sinisgalli, Franco Rossi e Gino Modigliani al Teatro dell’Usignolo, rubrica di grande valore culturale e sperimentale, occupandosi poi della parte teatrale de “I notturni dell’usignolo” (1949) prosieguo del programma. Nel 1953 curò poi le “Retrospettive della radio”, serie di trasmissioni che condensarono il meglio della produzione radiodrammatica italiana ed estera fin dalle origini. Non meno rilevante fu l’attività d’autore per il teatro radiofonico: i suoi radiodrammi, tra cui “Chi canta, Emma o mia madre?” (1948), “Corpo sei” (1949) e “La notte di Bertil” (1950), si distinguono per la grande semplicità del linguaggio sostenuta da un ampio bagaglio culturale; mentre “La domenica della buona gente” (1952), scritta a quattro mani con Vasco Pratolini, rappresenta probabilmente il maggior esito del neorealismo nel campo radiodrammaturgico. Firmò, inoltre, diversi adattamenti radiofonici (tra cui “Le sorelle Materassi” di Palazzeschi, 1950; Tre croci di Tozzi, 1951; Due amori, dal romanzo “La coltrice nuziale” di Percopo, 1955) e curò la regia di numerosi radiodrammi (pregevole, in particolare, “Un mantello per Arlecchino” di Violani, 1954), non esclusi alcuni sceneggiati (“L’eredità della priora” di Alianello nell’adattamento di Lazzari, 1972; “Tristano e Isotta”, originale radiofonico di Morione, 1973).

Teatro dell’Usignolo programma culturale. Emittente: Rete Rossa. Periodo di programmazione: 12 novembre 1947 – 1° luglio 1949. Regia: Franco Rossi. La trasmissione, che il Nobel Quasimodo definì “tra le più intelligenti del mondo”, nacque da un’idea di Leonardo Sinisgalli e Giandomenico Giagni, i quali si trovarono d’accordo sull’opportunità di utilizzare la radio per diffondere in maniera originale e inedita i più grandi testi poetici di tutti i tempi. Rifacendosi a varie esperienze europee e americane (come il poeta surrealista Robert Desnos, che operava prima della guerra presso la radio francese, o Archibald MacLeish a New York, o ancora il Third Programme da poco varato dalla BBC e lo Stage d’études diretto da Jascques Copeau in Francia) i due concepirono un programma da trasmettere nelle ore notturne (di qui il titolo), in un momento propizio all’ascolto introspettivo e mediato della poesia. Si rivolsero al maestro Gino Modigliani  per la scelta delle musiche e a Franco Rossi per la regia dei testi, dando vita a un’équipe che, da quel momento, lavorò nella più stretta collaborazione e intesa. Le grandi potenzialità del progetto furono comprese da Sergio Pugliese, allora direttore dei programmi di prosa, che vi diede il suo entusiastico consenso divenendo poi un assiduo collaboratore del programma. Il teatro dell’usignolo trovò collocazione nella tarda serata del mercoledì, dalle 23,20 alle 23.45 ed esordì con il “Dialogo di Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez” di Leopardi; seguirono altre “perle” della poesia internazionale, come le !Lamentazioni di Geremia” dal Vecchio Testamento, Eupalinos di Valèry nella versione di Beniamino Dal Fabbro, Little Gidding di Eliot, Micromegas di Voltaire, Natività dal Nuovo Testamento, Canto della strada maestra di Whitman, Eurgenniio Onegin di Puskin, Il cantico dei cantici dal Vecchio Testamento Erodiade di Mallarmè e Anabasi di Saint-John Perse (tradotta da Ungaretti), solo per citare qualche autore. Le caratteristiche innovative del programma – insieme colto e suggestivo, spontaneo ed eclettico, attento all’essenza dei testi come alle potenzialità specifiche del mezzo radiofonico – furono da subito evidenti, e già dopo pochi mesi di programmazione L’Usignolo vantava una platea ampia e affezionata di ascoltatori (150 mila nel 1948). Ogni trasmissione, unità chiusa e a sé stante, era preceduta da una breve nota critica curata da Giagni, Sinisgalli e talvolta dallo stesso Rossi, che illustrava il senso profondo del testo senza però pretese didascaliche o dottrinali. Seguiva la recitazione poetica, affidata ad attori di razza (tra cui Renato Cominetti, Adriana Parcella, Wanda Tettoni, Antonio Crast, Luciano Mondolfo, Antonio Bonucci) oltre che agli stessi poeti (Libero de Libero declamò,  per esempio, un’Egloga di Virgilio) o ai traduttori (Romeo Lucchese partecipò alla lettura di alcune liriche tratte dal Gaspard de la Nuit di Bertrand). Il Teatro dell’usignolo rappresentò, per vari motivi , un momento fondamentale dell’evoluzione culturale della radio italiana. In primo luogo, si trattò di uno dei primi e più impegnati tentativi di ricerca sullo specifico radiofonico, volto a mettere in luce un linguaggio che, senza rifarsi agli stilemi della recitazione convenzionale, fosse in grado di esaltare il valore autonomo del mezzo, individuato dagli autori nella sua potenzialità evocativa.

Estremamente attenti a fattori come intonazione e modulazione, essi riuscirono a fondere il puro elemento sonoro della parola con suoni, silenzi, sfumature e musiche in un accordo suggestivo e capace di rendere al meglio le qualità del testo poetico. A questo risultato giunsero tramite un attento lavoro che coniugò sperimentalismi decisamente  all’avanguardia per i tempi (come quello, ricordato dall’attrice Carla Bizzarri, di recitare “con la testa ficcata nell’interno d’un pianoforte a coda, per ottenere risonanze musicali attorno alle prole”) e scelte stilistiche di notevole raffinatezza, come le intense trasmissioni “su due piani” con la recitazione del testo in lingua originale e la traduzione italiana.

Il Teatro dell’usignolo inoltre rese palese la necessità di creare un programma dedicato alla fascia medio-alta del pubblico: vedeva la luce il progetto del Terzo Programma, in cui la trasmissione sarebbe confluita nel 1950. Il Teatro dell’usignolo si concluse il 1° luglio 1949 con il “Dialogo di Tristano e di un amico” di Leopardi, per riprendere dopo la pausa estiva con il titolo de “I notturni dell’usignolo”. La rubrica, più organica e strutturata, allargava la sua sfera di interesse alla musica, alla letteratura e al teatro, articolando gli argomenti in quattro puntate tematiche settimanali. I temi, ordinati in cicli, videro la partecipazione di collaboratori autorevoli come Fedele D’Amico, Alberto Mantelli, Massimo Mila, Luigi Rognoni per i programmi musicali e di Giovan Battista Angioletti, Massimo Bontempelli, Cesare Vico Ludovici e Leone Piccioni per i “Notturni letterari”, mentre la sezione teatrale restò a Giagni. La trasmissione era divenuta più ordinata, sistematica e omogenea ma aveva perso quelle qualità espressive e stilistiche che avevano caratterizzato la prima edizione, riducendosi a niente altro che una semplice (per quanto interessante) serie di letture.

Teatro dell’usignolo (1947) dal “Radiocorriere” n.15, 1947

La presentazione

PUGLIESE – Il canto dell’usignolo è canto notturno; nella quiete magica della notte, entreranno nelle vostre case le grandi parole della poesia di tutti i tempi, delle parole che vivono nel subcosciente di tutti gli uomini, anche dei più sprovveduti, e dei più lontani da ogni ricerca cerebrale. Per questo crediamo che il Teatro dell’usignolo, nato per gli intellettuali, troverà una più vasta eco anche nei cuori più semplici, anche nella grande massa dei n ostri ascoltatori.

GIAGNI – Farvi giungere l’ultima pagina di lettura, una pagina di poesia, un dialogo dove la parola diventa il centro di migliaia di immagini;  una pagina celebre che conoscete o che vi è sconosciuta. Da tempo andiamo ripetendo che la radio è una delle poche invenzioni moderne atte ad accogliere la voce dei poeti…

MODIGLIANI – Il gioco dei due piani sonori per cui la radio e solo la radio è in grado di riunire poesia e musica in maniera comprensibile e gradevole risulterà così avvincente che non si potranno più concepire i concetti espressi con parole separati da quelli espressi con note.

ROSSI – Se c’è una speranza da coltivare è questa: che la parola, il verbum antico ed immutabile, riottenga la sua funzione chiara ed inconfondibile di suprema espressione: nulla, infatti, è tanto chiaro nell’arte, come la parola. La quale è canto, musica, pensiero, descrizione, avvenimento, azione, tutto. La radio ha da restituire alla parola la sua mirabile potenza. Queste parole non sono mie, sono di Alberto Casella ed hanno una data, 1932. Quindici anni fa. Gli attori anziani portavano le ghette e recitavano davanti a dei microfoni grandi come lanterne. Avevano rispetto della radio, forse ne avevano un po’ paura. Si cominciava a parlare di estetica radiofonica, così, alla buona, senza pensare a quel che si faceva in Francia e in Inghilterra. Ma c’era qualcuno che alla radio ci credeva sul serio”.

SINISGALLI – Questo strumento che tra  la luce e i rumori del giorno perde i suoi attributi miracolosi, riattinge nel cuore della notte, simile a certi fiori e a certi mostri, le sue incantevoli virtù. Direi che in quel silenzio la radio diventa qualcosa come un medium, un medium cosmico che stimola non solo il nostro udito, ma sommuove la nostra coscienza nelle facoltà più indecifrabili: la memoria e il presentimento. Quella ch’è l’alba per i sensi è la notte per l’anima. Si direbbe che la stanchezza del corpo giovi a dare al nostro spirito una maggiore vivacità, una effettiva acutezza. Per questo forse l’uomo rimanda a tarda sera il suo esame di coscienza. Nelle ore notturne ci è sempre riuscito più agevole parlare con noi stessi, con le persone, e intendere le parole dei poeti. I nostri libri più cari stanno lì, accanto al letto. E noi ci siamo chiesti: non potrebbe la radio periodicamente sostituirsi al libro che teniamo sul comodino? Portarci tra veglia e sonno il conforto di parole assolute, legarci, senza filo, a un cielo suggestivo, il cielo animato dalla Poesia?…

gerardoguerrieriGUERRIERI Gerardo (Matera 1920 – Roma 1986) regista, critico teatrale e autore. Iniziò a interessarsi di regia teatrale fin dall’università, lavorando su autori classici e contemporanei. A questa attività affiancò, negli anni, una vasta opera di saggista, critico teatrale e traduttore, soprattutto da autori americani contemporanei (O’Neill, Wilder, Williams). Fondò e diresse con Paolo Grassi la collana di teatro della casa editrice Einaudi. Già regista radiofonico di spicco nel dopoguerra, ha firmato anche alcuni originali radiofonici, dimostrando talento, spontaneità e padronanza del medium. Memorabili le sue prime opere, scritte all’inizio degli anni Cinquanta (Processo alle streghe, Plauto e la commedia degli schiavi, Uscite dentro ovvero Pulcinella cerulo nativo di Acerra). Il suo capolavoro radiofonico resta “Novantaquattro anni fra i selvaggi”,  composto nel 1950 in seguito alla morte di Shaw: un ritratto affettuoso e ironico che, senza ombra di banalità agiografica, descrive lo scrittore in tutti i suoi paradossi e stravaganze. Per il teatro radiofonico Guerrieri si cimentò anche in numerosi adattamenti e traduzioni e, nei primi anni Sessanta, curò la rubrica “Rassegna di teatro”. Con la moglie Anne d’Arbeloff fondò il Teatro Club, che ebbe grandi meriti nel far conoscere in Italia i più innovativi gruppi della scena contemporanea internazionale. Si tolse la vita nel 1986.

Orazio Gavioli_2

GAVIOLI Orazio (Potenza 1934-Potenza 1997) autore, regista e giornalista. Trasferitosi molto giovane a Roma, interruppe ben presto gli studi di medicina per dedicarsi al giornalismo, iniziando a scrivere per diverse testate come “La Fiera del cinema”, “L’Espresso”, “Il Mondo” e “Nord e Sud”. Profondo conoscitore del medium radiofonico, collaborò a lungo con la Rai curando tra gli anni Settanta e Ottanta i testi  e l’allestimento di fortunate trasmissioni (in particolare di varietà), come “Spettacolo off” (1969-70, insieme con Maurizio Costanzo, Bruno d’Alessandro e Franco Pitrè), Gratis (1973-74), Dolcemente mostruoso (con Paolo Villaggio, 1975), Tutti insieme alla radio (1976), Sottotiro (1987).

Nel 1976 ha condotto Spazio Tre,  settimanale radiofonico d’informazione su lettere, arti e spettacolo. Alla nascita de “La Repubblica” (1976) gli furono affidate le pagine degli spettacoli, che anche grazie al suo contributo divennero in breve un punto di forza del giornale.

FAVA Giuseppe, noto come Pinotto Fava (Matera 1935), produttore, autore, conduttore e ricercatore. Dopo gli esordi teatrali (come regista e attore) a Napoli alla fine degli anni Cinquanta, entrò alla Rai nel 1960 come funzionario dei programmi per il settore rivista, varietà e musica leggera. Attratto dal medium radiofonico e per le maggiori opportunità di ricerca e sperimentazione che esso offriva, chiese e ottenne di passare al settore prosa della radio nel 1968. In seguito alla riforma del 1975, iniziò l’attività di produttore che lo avrebbe portato a sviluppare esperienze di commistione tra i generi, puntando al raggiungimento di un’audience fedele, da allargare nel tempo, più che alla massimizzazione degli ascolti. Da questi presupposti nacquero Fonosfera (dal 1978 al 1980), con Armando Adolgisio e Audiobox (dal 1981 al 1998): due trasmissioni innovative che hanno saputo superare le categorie e le distinzioni tra cultura alta e bassa, tra colto ed extracolto, collegando i vari media in produzioni che combinavano spettacolo dal vivo e registrazioni, radio e nuove tecnologie ecc. A piece fo peace (1985) e Crystal Salms (1988, per i 50 anni dalla notte dei cristalli) costituiscono due esempi di multimedialità, a partire dai quali si è costituito il gruppo internazionale Ars acustica (dal 1988) Horizontal radio (1995-96) rappresenta un altro esempio di sperimentazione che coniuga tutti i media, superando il concetto di una regia centralizzata e offrendo, tramite un sistema di ponti radio, satelliti e Internet, una serie di frammenti da ricomporre, in base alle esigenze dell’utenza. Memorabile la quinta e ultima rassegna (a Matera nel 1990), che dalla trasmissione Audiobox traeva il nome, progettata adattando media e supporti ai luoghi, sia dal punto di vista artistico sia tecnico-acustico. Varie produzioni discografiche hanno contribuito alla diffusione mondiale di queste esperienze di ricerca.

AUDIOBOX programma culturale. Emittente: Radiouno, poi Radiotre. Periodo di programmazione: settembre 1981 – settembre 1988. Lo “Spazio multicodice” curato da Pinotto Fava con la collaborazione, negli anni, di Sabina Sacchi, Paola Scalercio, Antonella Bottini, Canio Loguercio, Silvana Matarazzo, ecc. e messo in onda dal lunedì al giovedì nelle ore serali, ospitava programmi sperimentali e di ricerca aperti ai contributi internazionali e rappresentò per anni un laboratorio di innovazioni linguistiche e di inedite pratiche operative nella radiofonia non solo italiana. Nella fascia di Audiobox vennero realizzate – registrate o in diretta – opere originali, performance, rassegne, rubriche e cicli di trasmissioni di argomento vario con tecniche inusuali, durate variabili (dai 3-5 minuti fino a molte ore) e inconsuete dislocazioni spaziali e temporali. Si esploravano la poesia fonetica, le frontiere elettroniche, la videoart, la microeditoria, i rapporti con le emittenti  comunitarie, le musiche eterodosse e di improvvisazione, l’amplificazione nei grandi spazi chiusi e aperti, la nuova comunicazione. Audiobox tendeva a creare congegni di seduzione e cortocircuiti, mettendo in discussione tradizionali e consolidate opposizioni: fonte, sonora/tecnologica, natura/cultura, istante/infinito, arte/comunicazione; e a dare nuovo senso a parole come interferenza, rumore, silenzio. Tra i moltissimi autori-registi e performer impegnati nel corso degli anni si possono ricordare: Alberto Grifi, Armando Adolgiso, Alvin Curran (premio Zafferani al Prix Italia 1985 con A piece for peace), Lawrence Butch Morris, Roberto Paci Dalò, Jon Rose, Sergio Messina, Garbiella Bartolomei, Sheila con cari, Arturo Annecchino (Premio Ondas della RNE a Barcellona con Alice, 1987  in collaborazione con Sergio Rendine), Rosa Masciopinto, Orson Welles, Ermanno Cavazzoni, Lucia Ronchetti, Arsenije Jovanovic, Giuseppe Rocca, James Dashow (Premio Ars elettronica con Media survival kit, 1996) ecc.

Notevoli anche i due cicli Teatri d’ascolto (1988) e La scena invisibile (1989) a cura di Carlo Infante, singolari esempi di interazione tra teatro e radio, presente nello spazio scenico e zone continue in funzione drammaturgia e come oggetto-feticcio. Furono qui impegnati tra gli altri Banda Magnetica, Gustavo Frigerio, Koinè-Corrado Costa, Tam, Giovanna Marini-Thierry Salmon, Antonio Neiwiller, Toni Servillo, Teatro Settimo, Lenz Rifrazioni, Mario Martone, cc.

Costante la presenza di Audiobox con registrazioni e interventi live ai maggiori incontri e rassegne di ricerca radiofonica, intermediale e multimediale: oltre al festiva Audiobox (Cosenza e Matera, Rai). L’arte dell’ascolto (Rimini, Giardini pensili, LADA), Macrophon (Wroclaw, Polska Radio) e ancora Londra, Madrid, Helsinki, Linz, Palermo.

Negli anni 1994-98 (su Radiotre) Fava associò Pino Saulo nella cura di Audiobox, ridefinito  “derive magnetiche a più voci”. L’ultima sortita oltre la radio: Audiobox, collana di testi fonografici (2003) diretta da Pinotto Fava e Gabriele Frasca, che esplora in termini appunto di phonè, i rapporti di contiguità e/o di conflitto tra parola scritta e parola infinitamente “suonata”.

RIVELLI Cesare (Potenza 1906 – Roma 1983) giornalista e cronista. Protagonista della radio fascista repubblichina, insieme a Felice Bellotti fu tra gli animatori di Radio Monaco che, in una situazione di grande precarietà e di improvvisazione, continuò a trasmettere la voce di Mussolini nella fase di declino della sua popolarità. Rispetto ad altre radio di ispirazione fascista repubblicana come per esempio Radio Tevere. Radio Monaco si caratterizzò per i toni violenti e minacciosi, responsabilità non di rado della stesso Rivelli. Corrispondente per l’Eiar da Berlino, nonché per l’agenzia Stefani e il quotidiano “Gazzetta del Popolo”, Rivelli apriva le trasmissioni con un blasfemo “Credo” che, sulle note dell’inno fascista “Giovinezza” accostava Dio e il duce concludendo con la proclamazione “credo in Mussolini e nella vittoria finale dell’Italia”. Rivelli, inoltre, divenne l’uomo di riferimento di Mussolini che, durante il suo soggiorno in Germania, ebbe con il cronista colloqui quotidiani, nei quali discuteva con lui il piano di trasmissioni giornaliere. Nel dicembre 1943, nel quadro del progetto di ristrutturazione aziendale, Rivelli fu nominato direttore generale dell’EIAR; in questa occasione si trovò a svolgere l’arduo compito di sanare un’impresa devastata dalla guerra, dallo smantellamento delle stazioni nelle aree occupate e dalla dominazione tedesca e che poteva contare ormai solo sulla stazione di Busto Arsizio, vicino a Milano. Dall’altro lato,m si faceva sempre più urgente la necessità di contrastare con poche risorse l’azione propagandistica antifascista proveniente dai territori alleati e poi anche dalle radio della Resistenza e di fare sentire anche all’estero la voce della Repubblica Sociale Italiana. Durante la direzione di Rivelli l’Eiar non mutò tuttavia la sua fisionomia: all’aspra propaganda e all’attacco denigratorio contro gli alleati venne ancora una volta affiancata la predilezione per programmi d’intrattenimento e svago con ampio spazio destinato alla musica leggera e soprattutto alla classica. Sempre nell’ottica della ristrutturazione dell’Eiar di Salò, Rivelli, affiancato in qualità di caporedattore da Gustavo Traglia, assunse la direzione della rivista settimanale “Segnale radio” che dall’agosto 1944 sostituì il sospeso “Radiocorriere” e alimentò con i suoi editoriali infiammati la propaganda militare e politica della Repubblica Sociale Italiana e la strenua riproposizione del mito di Mussolini e dei valori del fascismo..

Dopo la guerra Rivelli continuò l’attività giornalistica presso il Secolo XIX, svolse un’intensa attività di traduttore e realizzò la sceneggiatura di alcuni film come “Cani e gatti” (1952), “Martin Toccaferro” (1953), “Piovuto dal cielo” (sempre 1953), “Io sono il Capatazz” (1950)  e il documentario “Continenti in fiamme” (1956). La “voce” Rivelli è stata curata, per l’Enciclopedia della Radio delle Garzatine dalla ricercatrice Paola Valentini del Dipartimento Storia del Teatro e delle Arti dell’Università di Firenze. (Si veda anche F.Monteleone, La radio italiana nel periodo fascista, Venezia, Marsilio, 1976, p.220)

SEGNALE RADIO pubblicazione settimanale, organo ufficiale dell’EIAR di Salò, edita dal 27 agosto al 22 ottobre 1944 dalla tipografia SET di Torino e dal 29 ottobre 1944 al 22 aprile 1945 da Rizzoli. Il settimanale iniziò a essere diffuso in seguito allo smembramento dell’EIAR che, dopo l’8 settembre 1943, aveva dato origine in Italia a due sistemi radiofonici distinti, quello repubblichino e quello delle emittenti via via liberate dagli alleati. Nato con l’intento di sostituire a tutti gli effetti il “Radiocorriere” (che aveva interrotto le pubblicazioni) e illustrare quindi la programmazione della nuova Eiar, il settimanale era diretto da Cesare Rivelli, affiancato fino al febbraio 1945 da Gustavo Traglia in veste di caporedattore. Schierato fin dal titolo con la propaganda tedesca (“Signal” era il giornale tedesco nell’Italia occupata), “Segnale radio” s’incentrava su marcati contenuti bellici e politici, oltre che su una virulenta polemica contro gli antifascisti (“traditori” e “sinistrati mentali”). Tale aspetto si fece ancor più evidente a partire dal decimo numero, quando la sede della rivista fu spostata a Milano per avvicinarsi ai centri del potere politico e l’editore divenne Rizzoli. Le copertine illustrate da  Carlino cedettero allora il posto ad ampie fotografie di soggetto strettamente militare e i toni dell’invettiva si fecero più acri, rasentando spesso il turpiloquio. La frequente polemica con la propaganda antifascista (che giungeva spesso a riprodurre integralmente testi di Radio Londra o di Radio Roma liberata), arrivò tuttavia in certi casi a generare tra il pubblico l’effetto opposto, creando curiosità attorno alle trasmissioni antifasciste e quindi favorendone indirettamente l’ascolto. Alla descrizione dei programmi radiofonici era dedicata la parte centrale della pubblicazione, mentre le pagine finali riportavano gli elenchi di abitanti delle “regioni invase” e prigionieri di guerra, rubriche tecniche, giochi enigmistici e novelle di ambientazione militare grondanti retorica fascista.

Radio e cultura

In Italia, nell’immediato secondo dopoguerra, molti intellettuali (scrittori, poeti, registi, critici letterari, romanzieri, storici, artisti, sceneggiatori cinematografici, musicisti e musicologi) furono impegnati direttamente nell’ideazione e nella produzione radiofonica. Furono chiamati a contribuire a quella missione del “servizio pubblico” che – con la fine della guerra e la nascita della Rai – doveva servire al rilancio culturale del Paese.

Sul rapporto fra intellettuali e mezzo radiofonico e, specificamente, sulla rubrica settimanale Il teatro dell’usignolo (ideata da Gian Domenico Giagni e Leonardo Sinisgalli) si incentra il nostro discorso sulle “voci d’autore”.Questa rubrica di poesia fu uno degli esempi più significativi di come la grande cultura e i mezzi di comunicazione di massa abbiano saputo integrare il loro cammino. In quel decennio (1944-1953) cioè prima della nascita della televisione, la radio italiana fu utilizzata, come non mai nei suoi ottant’anni di vita, da personaggi di rilievo : da Giuseppe Ungarettia Riccardo Bacchelli, da Carlo Betocchi ad Albert Camus, Vasco Pratolini, Umberto Saba, Andrea Zanzotto, Alberto Moravia, Carlo Emilio Gadda e appunto, Leonardo Sinisgalli e Gian Domenico Giagni (solo per citarne alcuni). Entrambi lucani, entrambi poeti, Sinisgalli e Giagni riuscirono a realizzare una trasmissione sulla poesia che fu il crocevia del dibattito letterario e artistico del tempo. Ogni mercoledì, dalle 23 e 20 alle 23 e 45, una trasmissione (che il premio Nobel Salvatore Quasimodo definì “tra le più intelligenti del mondo”) dedicata, in forma monografica, alla poesia di Leopardi (con il Dialogo di Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez), al Vecchio Testamento (con Le lamentazioni di Geremia), ad Eliot (con Little Gidding) oppure a Mallarmè (Erodiade) o ancora Edgar Allan Poe, Puskin o Saint-John Perse.

Il teatro dell’usignolo andò in onda sulla Rete Rossa dopo che il 3 novembre 1946 era entrato in funzione il nuovo modello editoriale-organizzativo della neonata RAI, con il lancio di due programmi nazionali ad onda media, rispettivamente Rete Rossa (la futura Radiouno) e Rete Azzurra. Gli archivi radiofonici della Rai, le cosiddette Teche, vera e propria memoria storica sonora dell’Italia, conservano ancora le voci dei protagonisti di quella stagione culturale tra le più importanti del nostro Paese.

Si tratta di straordinari documenti sonori e qualche volta anche cartacei, testimonianza letteraria ma anche della funzione, dell’uso e dell’importanza della radio per la poesia del Novecento: parola scritta e parola ascoltata. Un materiale completamente inedito, mai pubblicato, che andrebbe recuperato, così come è stato fatto, per esempio, per L’Approdo, quel settimanale di lettere ed arti che ebbe una vita molto più lunga (dal 1945 al 1977) sia alla radio che successivamente in televisione (tra gli altri contribuirono al successo di questa trasmissione anche Sinisgalli e Giagni) e, infine, con la pubblicazione di un periodico. L’importanza de L’Approdo1 nella storia della Rai e della cultura italiana è ormai consegnata agli studi e alle ricerche universitarie, come preziosa eredità.

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One response to this post.

  1. Informiamo che l’Associarione dei lucani a Roma, venerdì 26/11’10 ricorderà Giandomenico giagni, ad un’anno di distanza da analoga serata dedicata a Sinisgalli.

    Anche per questo abbiamo apprezzato il testo qui sopra proposto.

    Complimenti e ringraziamenti

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